La Valle Orba

Parte 4. Tempi duri a San Luca

I primi abitanti della zona furono i Cavanna (da cui l'antico nome della località "Cavonne") che si insediarono in questo tratto della Valle Orba a partire dal 1500. Ad attrarre questa famiglia fu senza ombra di dubbio la grande abbondanza di castagne che, rappresentavano il principale alimento di queste zone. Inoltre l’enorme quantità di legname di cui si poteva disporre, consentiva la produzione di carbone la realizzazione di manufatti facilmente “monetizzabili”, primi fra tutti i pali per la coltivazione della vite. Furono proprio i Cavanna che vollero costruire una piccola cappella nella quale veniva celebrata la messa ogni domenica. Ai tempi le esigenze dello spirito contavano almeno quanto quelle del corpo.

La storia della località “Cavonne” ebbe una svolta definitiva intorno al 1700 quando altre due famiglie vi si trasferirono definitivamente: i Pesce ed gli Zunino. L’attività boschiva divenne, per così dire, più intensiva, con l’innesto di grandi quantità di alberi di castagna, ed il taglio di legname “esportato” sia a Molare ed Ovada ma anche a Genova.

La borgata andava sviluppandosi velocemente con la realizzazione di numerose abitazioni in pietra (oltre naturalmente agli aberghi cioè locali sparsi per i boschi adibiti all’essicamento delle castagne). Anche l’agricoltura e l’allevamento di bestiame si sviluppò velocemente. Furono gli abitanti di San Luca a realizzare e sistemare l’unica possibile via di comunicazione con Molare e cioè “la strada dei tre aberghi” (cliccare qui per visionare il tracciato) che della borgata giungeva al Santuario delle Rocche Questa via ne incrociava un’altra direttrice, ai tempi molto importante, vale a dire quella per la vicina Frazione Bandita. Il bivio era ed è ancora posizionato in Loc. Crocette dove un tempo esisteva addirittura un’osteria. Erano tempi di “vacche grasse”. La famiglia Pesce fece costruire il cimitero, il campanile ed ampliò la Chiesa che fu dedicata a San Luca. Un evento destinato a caratterizzare la storia di San Luca fu una donazione da parte di Pesce Pietro di un crocifisso. Questa persona vissuta nei primi anni del Novecento emigrò in America per poi tornare nella frazione ringraziando il cielo della buona sorte avuta. La donazione avvenne una prima domenica di luglio, per cui da allora, la prima domenica di luglio si festeggia la ricorrenza con una processione ed una festa paesana: la Festa del Cristo. Una curiosità è che durante le primissime processioni era lo stesso Pesce Pietro a portare il Cristo in giro per il paesino. Nei primi anni del Novecento San Luca poteva dirsi in tutto e per tutto “un bel paesino” popolato da una quarantina di famiglie con una scuola per la licenza elementare e addirittura tre osterie (quest’ultime più di ogni altro sono dimostrazione dei “bei tempi passati”). Tutti gli abitanti, comprese le donne ed i bambini partecipavano attivamente alla vita rurale della comunità che trovava la sua massima espressione e profitto, da numerosi mercati che si radunavano nei paesi circostanti come Olbicella, Bandita, Tiglieto, Rossiglione e Molare. Prodotti come il legname, il latte ed i suoi derivati, le uova, la frutta e la verdura sino al baco da seta ed ai bovini erano fonte di un reddito che comunque variava di stagione in stagione a seconda di “come tiravano i venti”. Il tempo passava scandito dal ritmo delle stagioni sin quando i venti di mare non trasportarono a San Luca una grande novità: una società della grande e lontana città di Genova avrebbe di lì a poco costruito una Diga ed un grande lago avrebbe “bagnato i piedi” di San Luca.

Tra il 1920 ed il 1925, mentre i prigionieri della Grande Guerra erano indaffarati a picconare le non troppo compatte rocce della zona per realizzare la strada che dal Santuario delle Rocche conduceva a Sella Zerbino ed alla futura diga, le donne di San Luca trasportavano in grandi ceste la ghiaia necessaria alle costruzioni. Ma la grande svolta per la storia di San Luca avvenne intorno al 1930 quando tutta la comunità partecipò alla realizzazione della strada che avrebbe collegato la frazione alla nuova strada per Olbicella. Che emozione il ricordo della prima automobile che transitò a San Luca: quella dei Duchi di Olbicella ! Ormai, raggiungere Molare ed Ovada era molto più comodo rispetto alla vecchia mulattiera dei Tre Aberghi ed i carri ancora a trazione animale potevano trasportare maggiori quantità da materie e più velocemente. Era anche più veloce raggiunge la Stazione Ferroviaria di Molare e quindi la stessa città do Genova non era più un lontano miraggio. Ciò avrebbe influito in modo determinante sulla vita dei valligiani.

Pur rimanendo preponderante l’attività agricola, molte persone andavano a lavorare in città, a Genova, nel porto o nelle cave. Altri emigravano come “segantini” in Francia, mentre le ragazze andavano a fare le donne di servizio presso le famiglie più agiate. Le donne più anziane badavano alla case, facevano il bucato con la cenere bollita, e portavano il bestiame ad abbeverarsi nelle acque del Rio Meri. Ormai il tempo era scandito non più solamente dal ritmo stagionale ma anche dagli orari dei treni ..... Ciò nonostante la Frazione di San Luca rimaneva appesa al suo tempo, ai suoi ritmi agresti, ai matrimoni ed alle Prime Comunioni le quali erano occasioni di feste, brindisi e serate danzanti. Ed ora, in questo mondo dove ormai tutto deve viaggiare e vivere ad unisono, San Luca sembra assopita ad un ricordo sempre più lontano e quindi sempre più prezioso.

Lotta Partigiana

San Luca è posizionato tra Molare e la Frazione di Olbicella Quest'ultima rappresentava per le autorità nazifasciste, soprattutto dopo l'armistizio, un vero e proprio covo di ribelli. I boschi dunque brulicavano di partigiani, fascisti e tedeschi e nel bel mezzo di questo tram-tram c'erano i poveri contadini.“Qui era un luogo di passaggio. A dare ragione a uno non potevi, a dare ragione all'altro non sapevi come fare....” (da “Ay Cavonne, ‘na vota .... – A San Luca, una volta ”). I ragazzi di San Luca potevano scegliere: o partire per la guerra, che spesso voleva dire fronte russo, o “darsi alla macchia” ed essere considerato un disertore, quindi perseguito dalle autorità nazi-fasciste. In ogni caso si rischiava la vita quasi quotidianamente. C'era chi, partito per il fronte russo, dopo mille traversie e svariate migliaia di chilometri in giro per l'Europa, riusciva a trovare la via di casa e tornare all'amato paesino. C'era chi, il maggior numero, partito per la stessa meta, non fece mai più ritorno oppure, non meno sfortunato, sarebbe ritornato dopo più di 50 anni.

E' quest'ultimo il caso di Barigione Luigi, dei suoi resti rimpatriati nel 1997 e, finalmente, tumulati nella sua terra. Ma per chi restava, padri e madri, anziani e bambini la vita era molto dura. I tedeschi ed i fascisti depredavano le derrate alimentari dei poveretti, mentre i partigiani dovevano di buon grado essere aiutati. Così accadeva che i poveri paesani nascondessero il minimo necessario alla sopravvivenza in buche fatte nella terra, sotto case, o tra le fascine di legna, con il rischio che il cibo si avariasse (“ Va in burdel ”/” Va in malora ”) o venisse scoperto. Ognuno aveva il suo buco, il suo pozzo, in alcuni casi la sua letamaia (e chi andava a cercale cibo lì?). Ma questi nascondigli non servivano solo per il cibo; i padri nascondevano i figli per evitare l'arresto e/o l'arruolamento (“I fascisti erano più cattivi dei Tedeschi”). A complicare ancor più la vita dei poveri paesani erano le spie; una di esse avrebbe creato un grave danno alle milizie partigiane durante la Battaglia di Olbicella.

Queste spie erano infiltrati che si introducevano tra la popolazione o addirittura tra i partigiani e nel loro anonimato riuscivano a carpire informazioni sugli spostamenti dei ribelli o dei disertori. In piccole località come quella di San Luca, la presenza di un forestiero era notata subito. Le spie però non capitavano in quei posti dal giorno alla notte, bensì risiedevano per lungo tempo tentando di integrarsi dei entrare in confidenza con la popolazione. La presenza di uno di questi individui determinò un'azione di rastrellamento a San Luca con l'arresto di alcuni giovani e l'uccisione di Fratin (gli fecero persino scavare la sua fossa nel bosco) . Per i giovani prelevati dai nazi-fascisti si sarebbero annunciati giorni di patimento e ciò voleva dire il più delle volte “Casa dello Studente ” a Genova. Quì, le uniche cose che si sarebbero studiate erano le modalità di incutere paura e dolore fisico ai malcapitati. E pensare che moti di questi giovani a Genova non vi erano ancora mai stati. Non fu certo una bella gita in riviera. I tempi erano sempre più duri ed avversi: la notizia del rastrellamento di Rossiglione, che venne messa letteralmente a ferro e fuoco, turbò ancor più gli animi atterriti dei poveri valligiani. La realizzazione di nascondigli, sparatorie tra la boscaglia della valle del Rio Meri esasperavano sempre più la povera gente; ormai tutto era vissuto con paura.

Per ammazzare il maiale si studiavano addirittura tecniche per evitare che il poveretto urlasse troppo e si facesse sentire da un altro tipo di maiali a due zampe. Albareto, le Garone e San Luca costituivano un triangolo boscoso ove le notizie arrivavano frammentarie da Ovada, propagandosi di cascina in cascina con il passaparola. Se le autorità nazi-fascite avevano le spie, i partigiani si avvalevano delle staffette portatrici di preziose informazioni. Si trattava per lo più di bambini o ragazze che destavano minori sospetti rispetto ad un uomo. Il rischio a cui si sottoponevano le stafette era elevatissimo. L'essere scoperta per una staffetta poteva comportare la morte. Lo sapeva bene una giovane ragazza di San Luca che faceva da ponte tra Molare e Olbicella per la Divisione Mingo. “Ay Cavonne, ‘na vota .... – A San Luca, una volta ” la diretta interessata narra di autentiche fughe nei boschi d'innanzi alla Madonna delle Rocche con i tedeschi alle calcagna armati sino ai denti. A San Luca la compaesana forniva molte informazioni utili alla popolazione sugli spostamenti (in particolare sugli avvicinamenti) delle truppe tedesche.

Questo periodo cupo terminò con la Liberazione. Le ferite inferte ai locali furono profonde ancora ben fissate nella mente degli anziani di San Luca. Finita la guerra, si ritornò al lavoro dei campi con un po' più di serenità ma consapevoli che la vita di campagna era una quotidiana battaglia per la pagnotta.

Parte 5. Il Rio Meri e la Sberzulera

Note a margine :

Non avrei mai potuto creare questa pagina, se non avessi scoperto la pubblicazione “Ay Cavonne, ‘na vota .... – A San Luca, una volta” a cura della Pro Loco di San Luca. Questo dattiloscritto raccoglie una serie di episodi narrati in una sera d’Estate del 1997 da tutti gli anziani del villaggio. Questa straordinaria testimonianza, che è stata poi pubblicata nella sola San Luca (nel senso che è stata stampata una copia per ogni famiglia) precede anche se di poco un’analoga pubblicazione redatta dallo scrittore di Erto nel Vajont Mauro Corona.

In ambedue la volontà di mantenere vivi aneddoti e tradizioni delle comunità rispettive ed evitare quindi di essere letteralmente sradicati dai luoghi in cui viviamo.

In fuga alla Diga di Molare.

Uno degli aneddoti pù significativi per il nostro sito è quello di una fuga notturna ambientato in un luogo a noi ben conosciuto:

"Vado a casa a prendere il bue e poi alle Binelle e da lì sento sparare in paese: veniva quasi notte. Ho pensato di non tornare a casa: avevo 17 o 18 anni e se mi prendevano ..... Mi dirigo al fiume per raggiungere le Garonne dove abita mia zia; Quando arrivo al punto dove si e rotta la diga, sento qualcuno che viene giù dietro a me, ma non lo riconosco, perchè e quasi buio. Con le gambe lunghe salto da una pietra all'altra e attraverso il fiume; anche l'inseguitore e vicino all'acqua. Vado dove c'e quel lago morto e prendo un sentiero in salita, mi fermo e vedo che lui è sempre giù: non ha visto dove andavo e mi ha perso. Mia zia mi ha mandato a dormire in "Rudin" e di li si vedevano i "chiari" che andavano avanti e indietro a San Luca, per tutta la notte.

La Tarulla.

Tra gli aneddoti più belli e coloriti c’è quello di Iolanda riguardante Tarulla, una donna che viveva sulla strada per Olbicella a cavallo tra 1800 ed il 1900:

Aveva quattordici figli Tarulla / e mariti ? / neanche uno. Tarulla doveva battezzare un figlio e il prete le disse: "oh TaruIla, che cognome gli mettiamo ? ne hai battezzati tanti che non saprai più che nome dargli!" Tarulla ha risposto: "oh sciur preve, può metterci il suo cognome!" e il prete rispose "oh oh, quello no!"

Sant'Antunèn di Gianni Priano

Sant'Antunèn si trova dietro il Santuario, per andare alle Crocette (nelle vicinanze della Frazione di San Luca), è una cappelletta votiva ai margini di uno sterrato che passa in mezzo ad un bosco di castagni e, soprattutto, di pini.

Sant' Antunèn, pijme an brozz/ portme sì, dlo dar Bric du Rott/ a baive l'eua d'Bandìa, fora/ da isc-ta anguscia d'pen nairi/ d'cattiva religiòn, c'a noscia/ zò naira dar nosc-tr nair magòn.
(Sant'Antonino, prendimi in braccio/ portami su, di là del Bricco del Ratto/ a bere l'acqua di Bandita, fuori/ da questa angoscia di pini neri/ di cattiva religione, che nasce/ già nera dal nostro nero magòne.)

 

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