La Valle Orba

Parte 7. Il rastrellamento di Olbicella ed il Capitano Mingo

La fortuna di Olbicella fu di assistere “dall'alto” al Disastro di Molare. Ma il dramma fu rimandato di qualche anno ed il prezzo pagato fu anch'esso “più alto”.

L'Italia è nel caos. L'armistizio dell'8 settembre 1943 determina una situazione di totale incertezza. Chi sono i veri nemici dell'Italia ? Le truppe alleate appena sbarcate o le milizie nazi-fasciste che occupano ancora vaste aree del suolo italiano ? Durante questo periodo si formano le prime bande costituite da italiani sfuggiti alla chiamata delle armi e non aderenti alla Repubblica di Salò e da profughi stranieri scappati dai campi di prigionia. Le truppe degli alleati stanno risalendo la penisola, inesorabilmente, ma l'esercito tedesco pur arretrando sempre più stringe con una feroce morsa gli avamposti appenninici tra la Liguria ed il Piemonte presidiati dai Partigiani……
L'operazione di rastrellamento venne condotta dalle milizie tedesche attraverso due direttrici: la prima dalla strada Molare – Olbicella e l'altra dalle strada Acqui Terme – Piancastagna – Sassello (per vedere la cartina cliccare qui).

Il 10 ottobre 1944 alle cinque del mattino le vedette appostate sulle alture di Madonna delle Rocche diedero l'allarme: una ventina di automezzi, all'interno di ognuno dei quali circa una trentina di soldati armati sino ai denti, stava attraversando la frazione.

La figlia di Abele de Guz (il custode della Diga di Molare) prese la bicicletta e si precipitò in Loc. Binelle ad avvertire la squadra di partigiani appostata con la mitragliatrice Breda 37. Vennero accese le micce delle mine posizionate sul selciato stradale poco a monte di Loc. Marciazza. Non esplosero perchè “Gabriele”, capitano del Genio ed incaricato di predisporre l'esplosivo, era in realtà un S.S. tedesco, infiltrato tra i Partigiani. Le truppe tedesche arrivarono indisturbate al passo delle Binelle. Qui la mitragliatrice Breda 37 aprì il fuoco sulla colonna in avvicinamento che ebbe numerose perdite. Dopo pochi minuti di fuoco serrato la mitragliatrice fu danneggiata e i tre Partigiani appostati fuggirono guadando il fiume. La colonna tedesca proseguì lentamente verso Olbicella dove risiedeva il comando operativo dei partigiani. Poco dopo l'agguato delle Binelle i tedeschi si scontrarono frontalmente con una corriera proveniente da Olbicella piena di partigiani (una quarantina). La sorpresa fu reciproca: i partigiani si aspettavano infatti una colonna tedesca decimata dalle mine e dalla mitragliatrice mentre i tedeschi erano ancora provati dalla precedente imboscata ma non certo decimati. Purtroppo i numeri giocarono un ruolo fondamentale nello scontro ove perirono sei partigiani. Giovanni Villa detto “Pancho medaglia d'argento, riuscì correndo per i boschi a precedere l'arrivo dei tedeschi ad Olbicella e ad avvertire i compagni che si appostarono concitamente per la battaglia. “Pino” fu il primo ad Olbicella ad aprire il fuoco contro le truppe. Una seconda colonna di tedeschi era in arrivo da Tiglieto e fu attaccata all'altezza del Rio Olbicella (Pian del Fo') da due partigiani: “D'Artagnan” e “Piccolo” Quest'ultimi furono colpiti mortalmente dopo alcuni minuti di furiosa lotta.

Frattanto “Pancho”, “Oscar”, “Ruggero”, “Febo”, “Pulce”, “Piccio”, “Aria” ed un soldato disertore della San Marco unitosi da poco trai partigiani, ripiegarono sulle alture di Olbicella. Dopo un'ora di appostamento i tedeschi iniziarono a battere con il fuoco tutta l'area. “Oscar”, “Ruggero” e “Febo” riuscirono miracolosamente a fuggire, ma per altri sette non ci fu nulla da fare: furono presi i condotti alla chiesa di Olbicella. Qui la località molarese visse le ore più cupe della storia conosciuta. Molte case furono bruciate come ritorsione verso i contadini colpevoli di aver aiutato i partigiani. Alle 17 i sette prigionieri furono messi al muro nella piccola piazzetta tra la chiesa ed l'Albergo Talin. Il plotone ormai pronto al fuoco fu fermato dall'arrivo di una vettura di un alto ufficiale tedesco. I compagni di riebbero quasi sperando nella deportazione nei campi di prigionia. Ma quando da un camion un soldato tedesco uscì con in mano una serie di corde il pensiero più atroce affiorò prepotente nelle menti dei poveretti. Aria il più giovane (soli 16 anni) fu preso da parte, condotto dietro la chiesa, e barbaramente pestato a sangue. Poi, sanguinante, e non in grado di reggersi in piedi, fu condotto di peso alla piazzetta e fu costretto ad assistere all'esecuzione. I tedeschi obbligarono i sei partigiani di mettersi il cappio al collo. “Pancho” si rifiutò e sputò in faccia al suo boia mentre questi gli metteva la corda al collo. Il tedesco furente diede un calcio allo sgabello poi col calcio del fucile vibrò un tremendo colpo sul volto del giustiziato staccandogli la mascella. L'indomani il padre di “Pancho” riconobbe il figlio dalla divisa. Si racconta che una donna, colpevole di aver soccorso un partigiano, fu costretta a dare un calcio ad uno degli sgabelli che sorreggeva la vita del partigiano.

Alla sera l'autocolonna tedesca lasciò il paese in fiamme con i sei corpi ancora appesi agli alberi. Sulla strada del ritorno i tedeschi registrarono ancora vittime a causa di una mitragliatrice appostata sulle alture. “Aria” (alias Mario Ghiglione) fu condotto più morto che vivo nella prigione di Silvano d'Orba.

La notte calò finalmente su quella terribile giornata. Ma la battaglia di Olbicella fu solo la metà di ciò che quel medesimo giorno accadde nell'alta Valle Orba. Pochi chilometri ad Ovest infatti, a Piancastagna, si consumò il tragico ed eroico epilogo del “Capitano Mingo”.
Al partigiano “Aria”, venne conferita, in occasione del 60° anniversario della Liberazione, dal Consiglio Comunale di Castelletto d'Orba, la cittadinanza onoraria “Per aver combattuto giovanissimo nelle formazioni partigiane operanti nelle nostre valli, a difesa dei valori della libertà, della democrazia e della convivenza tra i popoli, restando esemplarmente fedele in questi sessanta anni ai principi etici e morali della Resistenza

Il Capitano Mingo e la Battaglia di Piancastagna

Nato a Savona il 16 aprile 1909 e diplomato in ragioneria, Domenico Lanza fu chiamato al servizio militare nel 1929 ed ammesso alla Scuola Allievi Ufficiali per essere infine nominato Sottotenente nel 38° Reggimento Alpini. Partecipò a svariate azioni belliche durante il secondo conflitto mondiale in particolare in Dalmazio e Montenegro. Ma l'8 settembre 1943, quando la radio italiana divulgava il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava che l'Italia aveva “ chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate ” e che tale richiesta era stata accolta, il sottotenente Lanza abbandonò l'esercito e convinse i suoi sottoposti a fare altrettanto.

Fuggì nelle alture di Genova, sul Passo del Turchino, e da solo, per svariati giorni colpì le truppe tedesche in movimento nell'area. Fu arrestato in Loc. Fabbriche (vicino a Genova Voltri) poi rilasciato e nuovamente arrestato a Palo (Comune del Sassello, nell'entroterra savonese). Riuscì ad evadere e si unì infine con piccolo gruppo di partigiani che agivano nelle alture tra San Luca, Olbicella e Piancastagna. Da questo momento in poi il sottotenente Lanza sarebbe divenuto “Mingo”, "il Capitano Mingo”. Il suo carisma infatti fu subito evidente ai compagni con cui diede vita al “Gruppo Celere Autonomo Mingo” che diede parecchio filo da torcere alle truppe tedesche dislocate nell'area molarese ed ovadese. Il Capitano Mingo non amava parlare di politica e criticava apertamente i condizionamenti politici di sinistra nei confronti della sua “Volante”. Effettivamente questa figura rappresentò perfettamente il vero spirito partigiano, che aveva come fine primo ed ultimo, la sola liberazione del territorio italiano dagli occupanti tedeschi. Era comunque consapevole del grande divario tra le forze in campo e si oppose fermamente ad una strategia militare volta allo scontro frontale. Queste tesi furono ribadite anche la sera del 8 ottobre 1944 in una riunione tra i comandanti dei vari distaccamenti tenutasi in Loc. Garrone nelle vicinanze di Olbicella. Ormai sicuro dell'imminente azione d'attaco dei tedeschi, la sera del 9 ottobre 1944 il Capitano Mingo si precipitò dai suoi compagni dislocati a Piancastagna. L'operazione di rastrellamento venne infatti ondotta dalle milizie tedesche attraverso due direttrici: la prima dalla strada Molare – Olbicella e l'altra dalle strada Acqui Terme – Piancastagna – Sassello (per vedere la cartina cliccare qui).

Come già detto il capitano non era favorevole alla tattica decisa dal Comandante Doria volta a respingere frontalmente la colonna nemica, ma ubbidì agli ordini da buon soldato. Alle 6.30 del 10 ottobre 1944 (contemporanea con la vicina Battaglia di Olbicella), sulle alture vicine a Piancastagna impazzò una tremenda battaglia. L'effetto sorpresa colse quasi impreparati i militari tedeschi che riportarono numerosi danni. Il Capitano Mingo, coperto dal fuoco di arginamento dei suoi compagni si scagliò frontalmente contro la colonna investendola a suon di bombe a mano. Nonostante la grande sorpresa una mitragliatrice tedesca colpì il torace del Capitano. Morì e con lui persero la vita altri sette partigiani (più uno suicida per non essere catturato). Ma il risultato fu notevole: l'autoblindo di testa attaccata dal Capitano Mingo e distrutta blocco il passaggio alla colonna che dopo molte ore di conflitto, alle 16.00 fu costretta a ripiegare. Durante quella terrificante giornata, oltre al sangue, alle lacrime, all'eroismo ed alla devastazione ci fu spazio anche per il mito. Tutte le cronache e le testimonianze della battaglia di Piancastagna (in particolare del braccio destro del Capitano, il partigiano Aldo Ivaldi “Dick” ed il cappellano della Volante Bartolomeo Ferrari “Don Berto”), narrano che a scontro in corso un militare tedesco si avventò sul Capitano Mingo ferito con l'intento di finirlo. Il Comandante tedesco, profondamente colpito dal grande eroismo del partigiano, lo fermò ed ordinò che fosse trattato con gli onori dovuti ad un soldato di guerra. Il corpo esamine del Capitano Mingo fu portato nella chiesetta di Piancastagna dove spirò verso mezzogiorno .

Questa la motivazione della Medaglia d'oro al valor militare che gli venne conferita.

Ufficiale fiero e deciso, si distingueva nel corso della lotta di liberazione per alte doti organizzative, valore di combattente, capacità di animatore e di capo. Uso ad agire con estremo ardimento, attaccava la testa di una colonna motocarrata tedesca, incendiando il primo autocarro con lancio di bombe a mano. Ferito a morte dalla violenta reazione di fuoco, trovava ancora la forza per impugnare la sua pistola ed uccidere due nemici prima di esalare l'ultimo respiro. Questa estrema, coraggiosa decisione si imponeva all'ammirazione degli stessi tedeschi che rispettavano ed anzi trasportavano e componevano il corpo del caduto ”.

Parte 8. Al fiume, oltre la Diga di Molare

Note a margine :

Questa pagina è stata realizzata consultando principalmente i seguenti testi:

  • "Il Capitano Mingo e la resistenza nella Valle Orba ” di Andrea Barba (ed. Accademia Urbense, Ovada 2001)
  • Sulla montagna con i partigiani di Don Berto ” (ed. Sagep Editrice, Genova 1982) .

Un volumetto molto interessante è anche "L'Alta Valle d'Orba in viaggio: le cartoline" di Aldo e Vittorio Laura ( Ed. Compagnia dei Librai, Genova 1997) che offre alcune belle immagini di Olbicella e molte altre del tratto di valle più a monte.

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