IL DISASTRO DI MOLARE

IL CROLLO

 

 

IL CROLLO


 

 

Alle ore 7.00 il nubifragio raggiungeva la sua massima intensità. Il lago si stava rapidamente riempendo dopo mesi di magra. Durante le prime ore della mattina del 13 agosto 1935 gli scarichi della Diga Principale rimasero chiusi, ma ben presto il guardiano (Abele De Guz) si accorse che il livello stava innalzandosi vertiginosamente. Vennero attivati i sifoni che subito scaricarono a massimo regime assieme allo scaricatore di superficie.
Ciò determinò i primi problemi giù a valle, ad Ovada, dove il deflusso del torrente aumentò rapidamente senza però allarmare eccessivamente gli abitanti del Borgo. La popolazione infatti conosceva da lungo tempo i capricci dell'Orba ed in particolare era ancora vivo il ricordo dell'alluvione del 1915. Ma già alle 9.30 il rischio di un'esondazione iniziò a turbare i pensieri del Sig. Mario Grillo responsabile della centralina elettrica "dei Frati".

Alle 10.30 il personale della Centrale Elettrica ed il guardiano della Diga Principale attivarono la valvola a campana che funzionò per pochi minuti bloccandosi a causa del troppo fango e detriti che andavano via via accumulandosi sul fondo del lago. Lo scaricatore di fondo sembrava anch'esso inutilizzabile. L'acqua iniziò a stramazzare pericolosamente sopra le due dighe posizionate alla stessa quota topografica. Ciò determinò l'interuzione del collegamento telefonico tra la Centrale di Molare (e Ovada) con Bric Zerbino. Il personale della Centrale Elettrica avvertì Ovada "..... che l'acqua che stava per scendere era molta .......". Alle 11.00 l'Orba stava esondando su più punti: il mulino di Molare e Loc. Ghiaie erano minacciati dalle acque così come i fabbricati più bassi del Borgo di Ovada molti dei quali stavano per essere evacquati.

Ormai le due dighe erano sovrastate da una lama di stramazzo di circa 2.5 m. Il guardiano della diga incrociava le dita. Frattanto alle 13.00 il Sig. Mario Grillo, che "già stava a bagno" ricevette l'ultima telefonata dalla Centrale di Molare che lo esortava " ....... ad avvisare le Autorità locali ed anche il Genio Civile di Alessandria che il pericolo era imminente."

Alle 13.15 la Diga Secondaria e tutta la Sella Zerbino collassarono sotto la spinta di una massa d'acqua e fango stimata intorno ai 30.000.000 mc (alcune stime parlano di 50.000.000 mc ...... la verità sta forse nel mezzo ?).

Forse l'immagine più spettacolare del Disastro di Molare. Essa ritrae dalla strada per Olbicella il Lago di Ortiglieto poche ora dopo il crollo (probabilmente il giorno successivo). Nella parte centrale, in primo piano il moncone della Diga Secondaria ed il sovrastante Bric Zerbino. Dietro di esso è presente la Diga Principale ormai baypassata dal Torrente Orba che non deve più aggirare il bricco. Si vede la strada che collegava le due dighe: è stata sovrastata da circa 2,5 di acqua. A sinistra ecco il rilievo di Castellocielo dove è ben visibile la vigna di Poldo e, nella parte bassa, sono ancora visibili le fondamenta della cascina. A destra dell'inquadratura ciò che rimane del Lago ancora trattenuto ad una piccola porzione di Sella Zerbino che, alcune settimane dopo sarà totalmente asportata da un successivo nubifragio.

 

La maggior parte delle poche trattazioni riguardanti il crollo della Diga Secondaria ipotizzano che la tracimazione e stramazzo dell'acqua al di sopra dello sbarramento, abbia portato all'erosione della sella e allo scalzamento al piede della fondazione. Negli anni '80 studi di geologia strutturale (Università di Genova) produssero un modello più convincente. La tracimazione dalla diga secondaria sicuramente determinò lo scalzamento della stessa ma non di certo lo "sradicamento" di una sella di altezza pari a circa 25 metri e l'ulteriore approfondimento dell'alveo fluviale di circa 15 m. Inoltre, a seguito di un successivo violento temporale (25 Agosto 1935) l'erosione accelerata determinò un ulteriore approfondimento dell'alveo di circa 20 m (Novarese, 1938). Ciò ebbe come causa la presenza di rocce molto scistose e fratturate che a contatto con l'acqua divenivano addirittura "saponose". Tra queste un orizzonte anfibolitico era strutturalmente posizionato parallelamente alla spinta idrostatica dell'acqua. Quest'orizzonte, attualmente ben visibile nel settore "amputato", costituì un vero e proprio binario di scivolamento di tutta la sella (come le guide di un cassetto). In parte quindi il Geol. Salmoiraghi ebbe ragione: la maggioranza delle fratture ("gli strati") sono orientati con direzione N-S. In gergo scientifico ciò che avvenne fu uno straordinario e catastrofico caso di "Taglio di meandro fluviale".