TEMPI DURI A
SAN LUCA

IL DISASTRO DI MOLARE

 

 

Una cosa è certa: tanto a San Luca quanto ad Olbicella l'espressione
“Nei bei tempi andati ....” non fa riferimento al decennio 1935-1945.
Dal crollo della Diga di Molare alla fine del secondo conflitto mondiale, queste
terre sono state teatro di grandi tragedie che hanno temprato lo spirito dei valligiani

 

TEMPI DURI

San Luca è posizionato tra Molare e la Frazione di Olbicella Quest'ultima rappresentava per le autorità nazi-fasciste, soprattutto dopo l'armistizio, un vero e proprio covo di ribelli. I boschi dunque brulicavano di partigiani, fascisti e tedeschi e nel bel mezzo di questo tram-tram c'erano i poveri contadini.“Qui era un luogo di passaggio. A dare ragione a uno non potevi, a dare ragione all'altro non sapevi come fare....” (da “Ay Cavonne, ‘na vota .... – A San Luca, una volta ”). I ragazzi di San Luca potevano scegliere: o partire per la guerra, che spesso voleva dire fronte russo, o “darsi alla macchia” ed essere considerato un disertore, quindi perseguito dalle autorità nazi-fasciste.

San Luca nel 1925 (cartolina d'epoca tratta da “Ay Cavonne, ‘
na vota .... – A San Luca, una volta
”). In bella evidenza la vecchia
strada che dal cimitero arrivava alla piazzetta della chiesa e poi
proseguiva per la Valle del Meri.

In ogni caso si rischiava la vita quasi quotidianamente. C'era chi, partito per il fronte russo, dopo mille traversie e svariate migliaia di chilometri in giro per l'Europa, riusciva a trovare la via di casa e tornare all'amato paesino. C'era chi, il maggior numero, partito per la stessa meta, non fece mai più ritorno oppure, non meno sfortunato, sarebbe ritornato dopo più di 50 anni. E' quest'ultimo il caso di Barigione Luigi, dei suoi resti rimpatriati nel 1997 e, finalmente, tumulati nella sua terra.
Ma per chi restava, padri e madri, anziani e bambini la vita era molto dura. I tedeschi ed i fascisti depredavano le derrate alimentari dei poveretti, mentre i partigiani dovevano di buon grado essere aiutati. Così accadeva che i poveri paesani nascondessero il minimo necessario alla sopravvivenza in buche fatte nella terra, sotto case, o tra le fascine di legna, con il rischio che il cibo si avariasse (“ Va in burdel ”/” Va in malora ”) o venisse scoperto. Ognuno aveva il suo buco, il suo pozzo, in alcuni casi la sua letamaia (e chi andava a cercale cibo lì?). Ma questi nascondigli non servivano solo per il cibo; i padri nascondevano i figli per evitare l'arresto e/o l'arruolamento (“I fascisti erano più cattivi dei Tedeschi ”). A complicare ancor più la vita dei poveri paesani erano le spie; una di esse avrebbe creato un grave danno alle milizie partigiane durante la Battaglia di Olbicella. Queste spie erano infiltrati che si introducevano tra la popolazione o addirittura tra i partigiani e nel loro anonimato riuscivano a carpire informazioni sugli spostamenti dei ribelli o dei disertori. In piccole località come quella di San Luca, la presenza di un forestiero era notata subito.

San Luca alla fine della guerra (primi anni '50). In secondo piano Loc. Città.

Le spie però non capitavano in quei posti dal giorno alla notte, bensì risiedevano per lungo tempo tentando di integrarsi dei entrare in confidenza con la popolazione. La presenza di uno di questi individui determinò un'azione di rastrellamento a San Luca con l'arresto di alcuni giovani e l'uccisione di Fratin (gli fecero persino scavare la sua fossa nel bosco) . Per i giovani prelevati dai nazi-fascisti si sarebbero annunciati giorni di patimento e ciò voleva dire il più delle volte “Casa dello Studente ” a Genova. Quì, le uniche cose che si sarebbero studiate erano le modalità di incutere paura e dolore fisico ai malcapitati. E pensare che moti di questi giovani a Genova non vi erano ancora mai stati. Non fu certo una bella gita in riviera. I tempi erano sempre più duri ed avversi: la notizia del rastrellamento di Rossiglione, che venne messa letteralmente a ferro e fuoco, turbò ancor più gli animi atterriti dei poveri valligiani. La realizzazione di nascondigli, sparatorie tra la boscaglia della valle del Rio Meri esasperavano sempre più la povera gente; ormai tutto era vissuto con paura.

Anni '50: un innoquo alzabandiera durante un'innoqua
manifestazione nella piazza di San Luca (cartolina d'epoca)

Per ammazzare il maiale si studiavano addirittura tecniche per evitare che il poveretto urlasse troppo e si facesse sentire da un altro tipo di maiali a due zampe. Albareto, le Garone e San Luca costituivano un triangolo boscoso ove le notizie arrivavano frammentarie da Ovada, propagandosi di cascina in cascina con il passaparola.
Se le autorità nazi-fascite avevano le spie, i partigiani si avvalevano delle staffette portatrici di preziose informazioni. Si trattava per lo più di bambini o ragazze che destavano minori sospetti rispetto ad un uomo. Il rischio a cui si sottoponevano le stafette era elevatissimo. L'essere scoperta per una staffetta poteva comportare la morte. Lo sapeva bene una giovane ragazza di San Luca che faceva da ponte tra Molare e Olbicella per la Divisione Mingo. “Ay Cavonne, ‘na vota .... – A San Luca, una volta ” la diretta interessata narra di autentiche fughe nei boschi d'innanzi alla Madonna delle Rocche con i tedeschi alle calcagna armati sino ai denti. A San Luca la compaesana forniva molte informazioni utili alla popolazione sugli spostamenti (in particolare sugli avvicinamenti) delle truppe tedesche.

Questo periodo cupo terminò con la Liberazione. Le ferite inferte ai locali furono profonde ancora ben fissate nella mente degli anziani di San Luca. Finita la guerra, si ritornò al lavoro dei campi con un po' più di serenità ma consapevoli che la vita di campagna era una quotidiana battaglia per la pagnotta.

 

Non avrei mai potuto creare questa pagina, se non avessi scoperto la pubblicazione “Ay Cavonne, ‘na vota .... – A San Luca, una volta” a cura della Pro Loco di San Luca. Questo dattiloscritto raccoglie una serie di episodi narrati in una sera d’Estate del 1997 da tutti gli anziani del villaggio. Questa straordinaria testimonianza, che è stata poi pubblicata nella sola San Luca (nel senso che è stata stampata una copia per ogni famiglia) precede anche se di poco un’analoga pubblicazione redatta dallo scrittore di Erto nel Vajont Mauro Corona. In ambedue la volontà di mantenere vivi aneddoti e tradizioni delle comunità rispettive ed evitare quindi di essere letteralmente sradicati dai luoghi in cui viviamo. Uno degli aneddoti pù significativi per il nostro sito è quello di una fuga notturna ambientato in un luogo a noi ben conosciuto:

"Vado a casa a prendere il bue e poi alle Binelle e da lì sento sparare in paese: veniva quasi notte. Ho pensato di non tornare a casa: avevo 17 o 18 anni e se mi prendevano ..... Mi dirigo al fiume per raggiungere le Garonne dove abita mia zia; Quando arrivo al punto dove si e rotta la diga, sento qualcuno che viene giù dietro a me, ma non lo riconosco, perchè e quasi buio. Con le gambe lunghe salto da una pietra all'altra e attraverso il fiume; anche l'inseguitore e vicino all'acqua. Vado dove c'e quel lago morto e prendo un sentiero in salita, mi fermo e vedo che lui è sempre giù: non ha visto dove andavo e mi ha perso. Mia zia mi ha mandato a dormire in "Rudin" e di li si vedevano i "chiari" che andavano avanti e indietro a San Luca, per tutta la notte.”