IL CAPITANO MINGO
E LA BATTAGLIA DI
PIANCASTAGNA

IL DISASTRO DI MOLARE

 

 

L'Italia è nel caos. L'armistizio dell'8 settembre 1943 determina una situazione di totale incertezza. Chi sono i veri nemici dell'Italia ? Le truppe alleate appena sbarcate o le milizie nazi-fasciste che occupano ancora vaste aree del suolo italiano ? Durante questo periodo si formano le prime bande costituite da italiani sfuggiti alla chiamata delle armi e non aderenti alla Repubblica di Salò e da profughi stranieri scappati dai campi di prigionia. Le truppe degli alleati stanno risalendo la penisola, inesorabilmente, ma l'esercito tedesco pur arretrando sempre più stringe con una feroce morsa gli avamposti appenninici tra la Liguria ed il Piemonte presidiati dai Partigiani……

 

IL CAPITANO
MINGO

Nato a Savona il 16 aprile 1909 e diplomato in ragioneria, Domenico Lanza fu chiamato al servizio militare nel 1929 ed ammesso alla Scuola Allievi Ufficiali per essere infine nominato Sottotenente nel 38° Reggimento Alpini. Partecipò a svariate azioni belliche durante il secondo conflitto mondiale in particolare in Dalmazio e Montenegro. Ma l'8 settembre 1943, quando la radio italiana divulgava il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava che l'Italia aveva “ chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate ” e che tale richiesta era stata accolta, il sottotenente Lanza abbandonò l'esercito e convinse i suoi sottoposti a fare altrettanto.

Loc. Vernini: la strada per Olbicella in via di realizzazione.

Fuggì nelle alture di Genova, sul Passo del Turchino, e da solo, per svariati giorni colpì le truppe tedesche in movimento nell'area. Fu arrestato in Loc. Fabbriche (vicino a Genova Voltri) poi rilasciato e nuovamente arrestato a Palo (Comune del Sassello, nell'entroterra savonese). Riuscì ad evadere e si unì infine con piccolo gruppo di partigiani che agivano nelle alture tra San Luca, Olbicella e Piancastagna. Da questo momento in poi il sottotenente Lanza sarebbe divenuto “Mingo”, "il Capitano Mingo”. Il suo carisma infatti fu subito evidente ai compagni con cui diede vita al “Gruppo Celere Autonomo Mingo” che diede parecchio filo da torcere alle truppe tedesche dislocate nell'area molarese ed ovadese. Il Capitano Mingo non amava parlare di politica e criticava apertamente i condizionamenti politici di sinistra nei confronti della sua “Volante”. Effettivamente questa figura rappresentò perfettamente il vero spirito partigiano, che aveva come fine primo ed ultimo, la sola liberazione del territorio italiano dagli occupanti tedeschi. Era comunque consapevole del grande divario tra le forze in campo e si oppose fermamente ad una strategia militare volta allo scontro frontale. Queste tesi furono ribadite anche la sera del 8 ottobre 1944 in una riunione tra i comandanti dei vari distaccamenti tenutasi in Loc. Garrone nelle vicinanze di Olbicella. Ormai sicuro dell'imminente azione d'attaco dei tedeschi, la sera del 9 ottobre 1944 il Capitano Mingo si precipitò dai suoi compagni dislocati a Piancastagna. L'operazione di rastrellamento venne infatti ondotta dalle milizie tedesche attraverso due direttrici: la prima dalla strada Molare – Olbicella e l'altra dalle strada Acqui Terme – Piancastagna – Sassello (per vedere la cartina cliccare qui).

Cartolina d'epoca di Olbicella costiuita dalla sola chiesa e
da estesi vigneti

Come già detto il capitano non era favorevole alla tattica decisa dal Comandante Doria volta a respingere frontalmente la colonna nemica, ma ubbidì agli ordini da buon soldato. Alle 6.30 del 10 ottobre 1944 (contemporanea con la vicina Battaglia di Olbicella), sulle alture vicine a Piancastagna impazzò una tremenda battaglia. L'effetto sorpresa colse quasi impreparati i militari tedeschi che riportarono numerosi danni. Il Capitano Mingo, coperto dal fuoco di arginamento dei suoi compagni si scagliò frontalmente contro la colonna investendola a suon di bombe a mano. Nonostante la grande sorpresa una mitragliatrice tedesca colpì il torace del Capitano. Morì e con lui persero la vita altri sette partigiani (più uno suicida per non essere catturato). Ma il risultato fu notevole: l'autoblindo di testa attaccata dal Capitano Mingo e distrutta blocco il passaggio alla colonna che dopo molte ore di conflitto, alle 16.00 fu costretta a ripiegare. Durante quella terrificante giornata, oltre al sangue, alle lacrime, all'eroismo ed alla devastazione ci fu spazio anche per il mito. Tutte le cronache e le testimonianze della battaglia di Piancastagna (in particolare del braccio destro del Capitano, il partigiano Aldo Ivaldi “Dick” ed il cappellano della Volante Bartolomeo Ferrari “Don Berto”), narrano che a scontro in corso un militare tedesco si avventò sul Capitano Mingo ferito con l'intento di finirlo. Il Comandante tedesco, profondamente colpito dal grande eroismo del partigiano, lo fermò ed ordinò che fosse trattato con gli onori dovuti ad un soldato di guerra. Il corpo esamine del Capitano Mingo fu portato nella chiesetta di Piancastagna dove spirò verso mezzogiorno .

Questa la motivazione della Medaglia d'oro al valor militare che gli venne conferita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La copertina del bel libro di Andrea Barba edito dall'Accdamia Urbense di Ovada.

Ufficiale fiero e deciso, si distingueva nel corso della lotta di liberazione per alte doti organizzative, valore di combattente, capacità di animatore e di capo. Uso ad agire con estremo ardimento, attaccava la testa di una colonna motocarrata tedesca, incendiando il primo autocarro con lancio di bombe a mano. Ferito a morte dalla violenta reazione di fuoco, trovava ancora la forza per impugnare la sua pistola ed uccidere due nemici prima di esalare l'ultimo respiro. Questa estrema, coraggiosa decisione si imponeva all'ammirazione degli stessi tedeschi che rispettavano ed anzi trasportavano e componevano il corpo del caduto ”.

 

Questa pagina, così come quella sulla Battaglia di Olbicella, è semplicemente un breve riassunto del libro “ Il Capitano Mingo e la resistenza nella Valle Orba
di Andrea Barba (ed. Accademia Urbense, Ovada 2001) e del libro “ Sulla montagna con i partigiani di Don Berto ” (ed. Sagep Editrice, Genova 1982)
cui si rimanda per una lettura più approfondita degli eventi.