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Il giorno prima era estate.
Quello dopo, ognuno lo vedeva a suo modo. C'era chi tirava il
fiato per la gran paura. Chi alla paura guardava ancora negli
occhi, perché era dietro a cercare qualcuno o qualcosa
che l'acqua si era portata via. L'acqua. Sempre lei. E quel fiume
a dettare a tutti il tempo.
Il giorno prima era estate anche per quei
due di Bandita che si erano procurati una corba a testa di uva
luglienga da portare a spalle da Marciazza sino all'Acquabianca.
Roba da non credere, fatiche da non dire. Cose da record, ma nel
libro dei primati ci stava per finire la gran acqua che in 4 ore,
il 13 agosto del 35, andava nei libri di idrologia a far gara
con altre piogge raccolte da fiumi lontani sino all'India. Specialisti
nel settore, quelli si abituati a diluvi fuori dal nostro pensare.
Andava così. Che i due di Bandita trovavano rifugio alla
casa di Poldo, in faccia alla Sella. E sotto un tetto, loro, destinati
a portarsi in spalla tutto quel peso, dovevano star più
contenti di quelli che per l'indomani avevano solo pensato a giorni
di festa e si ritrovavano con quell'ansia che dà sempre
l'acqua quando scroscia e non smette.
Scroscia e non smette.
Poldo era ragazzo. Diceva che dalla loro
casa la sella era in faccia e la si vedeva coperta da 3 metri
buoni d'acqua. Che saltava il bastione e picchiava sulla terra,
sulla roccia, su quello che c'era. Che il giorno prima sembrava
indistruttibile ed in quelle ore diventava burro agli occhi dei
pochi testimoni.
Due moriranno.
Tra i lampi, qualcuno, dai bastioni di lato più saldi,
si sbracciava a cercare di segnalare che per il lago non ci sarebbe
stato più scampo. Chi si è salvato lo deve a quella
storia che dicevo. Le cose ed i panorami che tutti i giorni si
vedono vengono quasi a noia, ma anche se non ci se ne accorge
entrano nella pelle ed in certi casi la salvano. Quel panorama
abituale alla famiglia di Poldo, in quattro ore era diventato
una vista intollerabile. Ci si leggeva la fine di tutto e loro
scappavano sotto l'acqua in salita su dalla scarpata. Lasciando
quelli dell'uva luglienga a scaldarsi una minestra. Loro non c'erano
abituati a quella diga e pensavano che le cose fatte dagli uomini
non potessero averla persa in mezza giornata. Sotto l'acqua Poldo
scappava e la cosa che più ricordava di quegli attimi,
anni ed anni dopo, erano le caviglie di sua madre piantate dentro
gli zoccoli a schizzare fango davanti a lui. Quelli dell'uva,
ora, erano quelli della minestra. Uno avrà avuto la testa
bassa a guardare il fuoco e girare nella pentola col mestolo.
Ma l'altro di sicuro l'occhio verso la diga l'ha tirato, all'ennesimo
lampo, e credo che lo spostamento d'aria l'abbia sollevato, lui,
la minestra ed il compagno, tanto in fretta da fargli solo pensare
a quei diavoli che i frati delle Rocche avevano ancora il vezzo
di descrivere dal pulpito per spaventare i bambini, nel coro dell'Oratorio
tra l'ultimo sbuffo di incenso e l'attacco del Tantum Ergo, i
giorni della novena dell'Assunta.
Quando Poldo me lo raccontava mi faceva venire i brividi. Come
tutti quelli che in vita han letto poco, ma han sudato abbastanza,
usava frasi corte per esprimere paure lunghe delle giornate: "neanche
i colombi sono usciti dai coppi". L'acqua che saltava la
Sella Zerbino e poi la faceva crollare aveva generato un maglio,
fatto solo d'aria, che colpiva la collina di fronte e quella prima
casa, disfandola con quello che c'era rimasto: gli oggetti di
una famiglia contadina, due corbe d'uva, due di passaggio, una
minestra ormai calda e quei colombi che sotto i coppi erano abituati
a rifugiarsi.
Poldo quel giorno diventava uomo. Non credo
che a correre via avesse il comando, ma il giorno dopo, quando
arrivarono i primi carabinieri e qualche giornalista per spiegarsi
tutto il disastro che era successo a valle, servivano braccia
forti e gente che conoscesse tutte le curve del fiume, vecchie
e nuove di quel giorno. Poldo era lì e a differenza di
altri sapeva cosa cercare. Lasciamo stare i colombi, ma quei due
di Bandita erano cristiani e se non si fossero fermati a casa
sua sarebbero spariti. Neanche buoni per le statistiche. Poldo
fu arruolato "volontario" ad entrare nelle acque limacciose
che ora scorrevano lente e formavano nuovi grandi laghi, pericolosi
perché pieni di mulinelli e detriti. "Castellunzè"
sembrava un'isola e la spalla dove era stata la sua casa, la vigna
e sopra, la strada per Olbicella, avevano perso ogni dettaglio
lasciato dal lavoro degli uomini. Dopo quel maglio fatto d'aria
compressa, era arrivata una mazzata d'acqua tanto dura e forte
da compattare qualsiasi profilo, qualsiasi segno. Dove c'erano
state terrazze coltivate, ora c'era una parete liscia come un
intonaco. In fondo alla scarpata Poldo trovava il primo morto
ufficiale di quel disastro. Uno che lì non avrebbe dovuto
essere. Partito con il sole e previsioni di gran fatica, si era
fatto tentare da una minestra nel posto sbagliato. Aveva finito
la sua strada terrena sbucciato come un limone a galleggiare in
acque che due giorni prima non c'erano. Poldo l'aveva trovato
incastrato tra gli arbusti, duro e pesante, e l'aveva trascinato,
mi diceva lui, afferrandolo in mezzo alle gambe dove un po' di
stoffa rimasta lo faceva scivolare di meno. Per quei giochi che
fa il destino, quel viaggio a riva aveva la sua importanza. Furono
dati, voglio sperare, aiuti alle famiglie colpite, ma credo che
dimostrare d'aver avuto dei lutti fosse necessario. E aiuti credo
proprio che servissero a chi per arrotondare portava per chilometri
in spalla una corba d'uva. Dimostrare di esserci, anzi, di esserci
stato, lì a prendersi tutta la sventura sino all'ultima
goccia, era certo difficile per chi non poteva contare su una
residenza conosciuta da quelle parti. Non mi risulta che il compagno
di minestra abbia avuto altrettanta fortuna. Altri corpi a valle
se ne trovavano, ma fu certo più semplice attribuirli a
chi si sapeva per certo che da qualche parte doveva pur essere
finito.
Quel giorno di agosto fu una specie di sposalizio
tra il torrente ed il paese. Dissero chiaro e tondo a tutti gli
invitati che si trattava di un'unione ufficiale e definitiva.
Nel bene e nel male. Si erano sempre frequentati e la vita certo
ne era derivata. Ma quel giorno l'acqua era scesa, sulle sue solite
strade, con un vestito nuovo, ampio come un turbine. Travolgeva,
faceva nuovi passi e si faceva annunciare da un rombo sordo che
durò tutto il tempo di pranzo.
Al meglio, sarebbe occorso un maestro di
cerimonia che la precedesse fino al paese per mettere in riga
gli invitati - una carrozza che corresse sotto l'acqua a perdifiato
per i tornanti dalla diga sino a San Sebastiano. Capitò
invece come quelle volte che in piazza c'è animazione crescente
per qualche macchina lustra e qualche buon vestito che vanno a
fermarsi davanti al sagrato. E chi passa si immagina di lì
a poco l'arrivo di quelli della sposa. E aspetta e chiede chi
sono. E' un po' preparato alla sorpresa ed un po' no. Ma aspetta
per vedere. Il preannuncio non fu quindi dato al telefono, né
da qualche uomo che fosse riuscito a correre davanti a quella
lingua d'acqua che riempiva le gole. Prima di un metro, poi di
dieci, venti, sino a strozzarsi contro qualche barriera e poi
riesplodere nella corsa. Niente campane. Un muggito sordo, basse
frequenze che toccano qualcosa dentro e fan prima a spaventare
gatti ed uccelli, ma tormentano anche i cristiani più sensibili.
Quelli agitati quel giorno o da quando eran nati.
Pagine fa avevamo un bel posto per seguire
le storie e raccontarle. La riva
che punta verso Battagliosi sulla riva destra del fiume. La miglior
terrazza per guardare il paese. Ma sarà il caso che ci
si tolga, che si vada via. A guardare si, ma da più lontano.
E' quello che tanti per fortuna hanno pensato. Meno quelli che
avevano le cose in basso e che avevano poco tempo per decidere
e molti motivi per convincersi che l'impossibile non potesse succedere.
Di quell'ora ho parlato con tanti.
Ora so che c'era un gruppo numeroso in fondo
al paese all'imbocco del ponte.
Una banda di ragazzi che si muoveva tra la Chiccolina e la scarpata
sotto l'Oratorio.
Qualcuno della famiglia Bruno dentro la loro casa nuova.
Sarà il nostro testimone. I nostri
occhi tutti questi anni dopo. A fermare un rumore. Trasformare
un rimbombo che durava da un'ora e che adesso aveva la sua forma
liquida a divorare il paesaggio.
Il nostro uomo al riparo della casa, scattava
la foto alla sposa che arrivava in paese.
Eccola.
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