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Il secondo dei nove figli
di Maria Corona, detta la Giobba, lavorava in VaI Vajont. Faceva
il boscaiolo assieme a una ventina di altri uomini del paese.
Tagliavano faggi secolari e carpini annodati dal vento e da anni
di risse con pietre e valanghe rabbiose. Le piante venivano vendute
per lo più come legna da ardere, le restanti pini, larici
e abeti come legname da opera. In autunno, dopo sette mesi di
fatiche, montagne di tronchi erano pronte e venivano dislocate
lungo le sponde del torrente. Da quel momento iniziava la costruzione
della stua: operazione difficile e affascinante che spettava solo
a grandi esperti. Il corso del Vajont e dei suoi affluenti veniva
sbarrato nel punto più stretto della valle da una grossa
diga di tronchi. Mano a mano che il livello cresceva, l'acqua
rapiva, sollevandoli dalle rive, molti metri cubi di legname.
I tronchi, galleggiando stretti l'uno all'altro come un gregge
di pecore nel recinto, formavano un 'unica enorme zattera lunga
quasi mezzo chilometro e larga un centinaio di metri. Alla fine
la possente impalcatura della stua, consistente in più
strati di tronchi orizzontali uno sopra all'altro, era tenuta
ferma, e qui sta l'incredibile, da un solo cuneo di legno. Quella
piccola zeppa di maggiociondolo veniva piazzata sul piede della
diga e sempre dal lato più favorevole alla fuga. |
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"Racconti di uomini, rocce
e camosci" (ed. Biblioteca dell'immagine, 2002)
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L'assemblaggio della chiusa era eseguito
con tale perfezione che, quando il caposquadra dava l'ordine di
far saltare il cuneo, bastava un solo colpo di mazza perché
l'intera costruzione crollasse liberando l'acqua che trascinava
il legname a Longarone, venti chilometri più a valle. In
alto, sull'ultimo tronco, i boscaioli fissavano una piccola campana
poco più grande di un campanaccio da mucche. Serviva a
scongiurare i pericoli e a ottenere dal cielo la grazia che tutto
filasse liscio. Quando la montagna d'acqua esauriva la sua corsa
e si placava sul greto del Piave, i boscaioli cercavano lungo
il tragitto il piccolo sonaglio. Se lo trovavano, e accadeva raramente,
costruivano in quel punto esatto un capitello di ringraziamento.
Poteva anche succedere che la campana venisse trovata per caso
molto tempo dopo la fluitazione, ugualmente i taglialegna si recavano
sul posto a erigere il loro tempi etto di fede. A volte le cose
andavano meno bene e qualcuno moriva. Ma loro rimanevano sempre
grati a Dio: sarebbero potute andare anche peggio e ne sarebbero
potuti morire di più.
Far saltare il cuneo era un' operazione molto pericolosa. Chi
la eseguiva doveva essere svelto, deciso, senza paura e un po'
incosciente; preferibilmente giovane. Tutti i ragazzi che in passato
avevano svolto quel compito, non l'avevano ripetuto per più
di due o tre volte. Sapevano infatti che la fortuna non è
una donna fedele e, dopo aver riflettuto durante l'inverno, decidevano
di smettere. Ma subito si faceva avanti un altro giovane per far
conoscere il suo coraggio e guadagnare qualche soldo. Chi picchiava
sul cuneo, infatti, veniva ricompensato ogni volta con una colombina,
la preziosa moneta d'argento da cinque lire. |
| Il secondo figlio della Giobba, come un audace
torero in cerca di gloria sui sentieri del rischio, entrò
presto nell' arena delle chiuse, trovandosi così a far
parte di quel ristretto numero di coraggiosi che erano i battitori
di stua. Il pensiero di far crollare la barriera di tronchi
suscitava nel mazzatore un tumulto di emozioni. Paura, dubbio,
ansia venivano a cercarlo nella notte che precedeva il colpo
e non lo lasciavano dormire. Sapeva che all'indomani si sarebbe
trovato solo, laggiù, in fondo alla forra, davanti alla
potenza del lago sospeso. Vedeva con la mente gli amici boscaioli
al sicuro, molti metri più in alto, che aspettavano il
boato in silenzio. Intuiva che un metro oltre i suoi piedi,
sostenuta da un piccolo cuneo di legno, stava in bilico nel
tempo una forza dirompente, pronta a spazzarlo via come un fuscello.
Dopo il colpo di mazza avrebbe avuto a sua disposizione solo
quattro cinque secondi per risalire la china e porsi in salvo.
L'energia della terra ha bisogno di un po' di tempo prima di
scatenarsi, e all'inizio si muove al rallentatore.
Quell'anno portava con sé un autunno tiepido. Lungo la
valle del Vajont il legname riposava accatastato in grossi mucchi
vicino all'acqua. A ottobre gli esperti incominciarono ad innalzare
la stua. Ai primi di novembre era pronta. Dai boschi del Certen
e del Cornetto sospesi sull' abisso, le foglie cadevano a sciami:
dopo aver danzato nell' aria per mille metri sfiorando le pareti
di roccia, andavano a posarsi sull'acqua della chiusa. Molte
avrebbero preferito un viaggio migliore. Verso la pianura, verso
altri alberi ed altre sorelle. Ma così doveva essere.
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"Chiaccherata con ventun giovani nell'osteria
Gallo Cedrone in una nontte di primavere del 2002" (ed.
Biblioteca dell'immagine, 2002)
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"Storie di piante, rocce,
animali e uomini"
(Ed. Mondadori, 2003)
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A metà novembre il lago artificiale cominciò ad
ingrossare. Nel suo crescere lento raccoglieva dalle sponde i
legni ammucchiati, avvolgendoli in una fresca carezza. Prima bagnava
loro i piedi poi saliva sempre più su, verso il corpo,
provocando nei tronchi un brivido di freddo. Infine, quando credevano
ormai di essere sommersi e soffocare, una mano delicata e allo
stesso tempo decisa li spingeva di colpo verso l'alto facendo
li galleggiare.
Sullo specchio d'acqua si incontravano i tronchi più diversi:
faggi, frassini, carpini, pini, abeti, noccioli, maggiociondoli
potevano finalmente toccarsi. Gli alberi, come gli uomini, pur
vivendo gli uni accanto agli altri, restano misteriosamente divisi
e ognuno alleva dentro di sé la propria solitudine. Solo
nella morte alberi e uomini si riuniscono e possono prendersi
per mano. Sull'acqua della stua finivano rancori e gelosie. Il
carpino sciancato non invidiava più l' abete rosso per
la linea del suo fusto. Il faggio non prendeva più in giro
il frassino a causa delle sue curve femminili. L'acero smetteva
di pavoneggiarsi agli occhi del pino nano esibendo la sua struttura
perfetta. Sapevano che presto la morte li avrebbe raccolti tutti
allo stesso modo. Di fronte al loro destino celebravano le poche
ore di vita in un unico, grande abbraccio. Una betulla altezzosa
si trovò finalmente vicino a un carpino scontroso. Finché
stavano nel bosco, a un metro l'uno dall'altro, non l'aveva mai
degnata di uno sguardo, e lei lo aveva ripagato con la stessa
moneta. Ma ora, sull' acqua del lago, l'orgogliosa betulla lo
sfiorò dolcemente. Il carpino provò un brivido e
per la prima volta si lasciò toccare. Era conscio che quel
magico momento sarebbe finito il giorno seguente con l'ultima
corsa nella valle e non volle rinunciarvi. Per tutta la notte
parlarono a bassa voce rimpiangendo il tempo perduto. Verso l'alba
si rassegnarono e aspettarono in silenzio il destino.
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Il secondo figlio della Giobba era diventato
in pochi anni il più preciso e veloce mazzatore mai visto
fino ad allora. Negli autunni passati aveva aperto sei volte le
chiuse del Vajont. Ostentando una sicurezza sfacciata, giocava
con la morte stuzzicandola e sfidandola con spavalderia. Camminava
sullo strato di tronchi galleggianti come niente fosse, e se qualche
legno gli ruotava sotto i piedi col rischio di farlo cadere, lo
derideva con un calcio di disprezzo. La notte che precedette l'azione
dormì poco. Quando si alzò, fuori era ancora buio.
Nelle casette di legno gli altri operai dormivano ancora. Merìsi,
così si chiamava il giovane, accese il fuoco e dopo un
po' abbrustolì sulle braci due fette di polenta. Tagliò
una scaglia di formaggio e fece colazione. Poi prese la mazza
di ferro, uscì e la immerse in una pozza d'acqua affinché
il manico di legno si gonfiasse e l'attrezzo potesse così
rimanere ben saldo dentro al foro. Quindi tornò alla baracca
e si sedette accanto al fuoco. Con l'alba uno alla volta i boscaioli
si alzarono dai letti di foglie. Qualcuno s'affacciò alla
porta del casòn e guardò la valle. Al centro troneggiava
la grande stua. Il pallido sole di novembre accarezzava la quieta
marea di tronchi. Riscaldati dai raggi, i fusti scioglievano le
brine liberando i vapori rimasti imprigionati dal gelo della notte.
Sembravano fumare, come l'ultimo desiderio del condannato prima
della morte. In quel punto, rallentato dalla diga, il Vajont sembrava
quasi fermo, ma più a monte, verso le Cime di Pino, roteava
nervoso in una profonda marmitta dei giganti. |

"Storie di alberi e
uomini" (ed. Biblioteca dell'immagine, 1998)
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"I ricordi sono gocce
di resina che sgorgano dalle ferite della vita" (ed. Biblioteca
dell'immagine, 2001)
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Quel grande buco rotondo teneva prigionieri da sempre i monconi
degli alberi schiantati e trascinati giù dalle valanghe
che spazzavano il versante settentrionale del Col Nudo e dei boschi
del Scialcòn. Da quella bolgia infernale gli spezzoni non
potevano più fuggire. Seguitavano a girare rotolandosi
e picchiandosi dentro il gorgo per mesi, fino a diventare sculture
levigate dalle forme più strane. Quell'ansa sbuffante e
tormentata esiste ancora e continua a catturare i legni e a farli
rotolare nel vortice: essenze di anime inquiete nel purgatorio
degli alberi morti. Ogni tanto, nelle sere d'estate, dopo il lavoro,
il figlio della Giobba andava alla marmitta e guardava rapito
i legni vorticare come dannati senza pace. Qualche volta si chinava
e ne toglieva un pezzo dal tormento per arricchire la sua collezione
di sculture naturali. Prima di mezzogiorno il capo squadra decise
che era giunto il momento di rompere gli indugi e far partire
la fluitazione. Faceva freddo e l'inverno era ormai alle porte.
La brina ghiacciata tappezzava i sentieri che luccicavano come
fili d'argento: lavorare nel ripido diventava pericoloso. La stua
era carica a dovere e a quel punto la stagione poteva dirsi finita.
Gli operai misero in ordine le baracche, nascosero gli attrezzi
pesanti e disposero tutto per la primavera ventura. Quindi consumarono
l'ultimo pasto di mezzogiorno. Ai ghiri venne la malinconia poiché
sapevano che gli amici boscaioli se ne stavano andando. Allora,
silenziosi, si ritirarono in letargo infilandosi prima del tempo
nelle intercapedini dei solai imbottite di foglie secche. Dopo
aver mangiato, uno alla volta gli uomini si portarono in zona
di sicurezza. Ognuno di loro cercò il posto migliore per
godersi lo spettacolo dei tronchi che partivano verso il mare.
La betulla avvinghiata al suo carpino lo pregò di non lasciarla
durante la corsa, ma il burbero l'avvertì che sarebbe stato
piuttosto difficile restare uniti.
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Venne l'ora. Lentamente Merìsi s'avvicinò
alle sponde della stua. Fissò il tappeto di alberi sul
lago e s'accorse che non fumavano più. Il debole sole che
al mattino li aveva accesi un po' alla volta ne aveva asciugato
le cortecce. Le brume non vaporavano più e tutto era tornato
immobile. Cautamente scese nella forra togliendo dal sentiero
ciottoli e rami, in modo da non trovare ostacoli durante la precipitosa
risalita. Dal fondo dell' anfratto alzò lo sguardo e vide
su, molto in alto, le sagome dei compagni appostate al sicuro.
Nel suo cuore affiorò un po' di invidia: avrebbe voluto
essere con loro e rifiutare quell'ennesimo rischio. Ma la voglia
di sfidare il pericolo era più forte di lui. Non riusciva
a stare in pace se non rischiava la pelle. Senza la paura accanto
gli sembrava di essere un nulla, un fallito, gli mancava tutto.
Vi sono persone il cui animo è logorato dalla necessità
di provocare la sorte, di sfidare il rischio. E sono mosse più
dalla paura che dal coraggio: dal tormento continuo della paura
di avere paura. Il coraggio non è altro che la maglia rovesciata
della paura.
Mentre guardava i suoi compagni, il giovane fu visitato dall'
ansia e per la prima volta provò una certa insicurezza.
La cacciò infastidito e si preparò all'azione. Armato
di mazza, a gambe divaricate e con gli scarponi ferrati ben saldi
sul terreno gelato, si piazzò di fronte al muro di tronchi.
Fissò il cuneo. L'acqua che scappava dalle fessure formava
vicino alla diga una grossa pozza.
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La sua prima opera letteraria
(ed. Mondadori, 1997)
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"Il romanzo di una vita.
La festa e la morte nel fondo di un bicchiere (ed. Mondadori,
2004)
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Con la coda dell'occhio il giovane battitore vide saettare sul
fondo i puntini giallo rosa di una trota iridea. Pensò
alla sorte di quel povero pesce e all' apocalisse che tra poco
lo avrebbe spazzato via. Avrebbe voluto toglierlo da lì
e portarlo al sicuro più a monte, ma l'operazIone sarebbe
risultata lunga. Lasciò perdere. Nel frattempo gli uomini
mandati a perlustrare la valle, per assicurarsi che non ci fosse
nessuno, erano tornati confermando il via libera. Il ragazzo lanciò
un 'ultima occhiata ai compagni che stavano sui bordi alti della
rampa, poi si concentrò sul cuneo, sollevò la mazza
e lo puntò. Nel movimento rotatorio piegò la testa
all'indietro e vide passare nel cielo nuvole veloci come cavalli
in fuga. Infine, mettendoci tutta la forza dei suoi anni, vibrò
il colpo. Il cuneo si piegò verso il basso ma non uscì
completamente dal nido. Restò appeso per un labbro, appena
appena infilato tra la roccia e la trave portante. Per un attimo
che sembrò eterno, tutta la pressione di spinta della stua
gravò su quei pochi centimetri di legno ribelle. La grande
diga ebbe un sussulto e scricchiolò terribilmente. I tronchi
si trasmisero un grido che dalla base salì fino al margine
superiore. La campanella, sollecitata
dallo scossone, ondeggiò ed emise un rintocco allarmante.
In quel momento Merìsi vide il volto di Medusa e impietrì.
Non era mai successo che un mazzatore battesse un secondo colpo
e potesse raccontarlo. La stua parve intuire l'attimo di smarrimento
del ragazzo e passò al contrattacco.
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Forse fuggendo
subito avrebbe potuto anche salvarsi, ma era un temerario e aveva
un conto aperto con il cuneo. Un altro colpo non ci fu. Mentre
alzava la mazza per la seconda volta, udì la campana della
stua suonare impazzita. Il cuneo sparì, polverizzato dalla
violenza dell' acqua. La diga si sbriciolò e i tronchi
partirono accavallandosi come una mandria di bisonti in fuga.
Merìsi capì che scappare ormai non sarebbe servito
più a nulla. Fu preso dal terrore. Nel rombo che montava
udì un 'ultima volta il suono argentino del piccolo bronzo.
Il primo tronco lo colpì al petto. La montagna di alberi
scatenati stava per frantumare la sua giovinezza facendola volare
come una pagliuzza al vento. Ricordò la trota dai puntini
rosa. Poi la spinta lo rovesciò contro il sole, e dentro
una luce d'oro vide i suoi compagni al sicuro sui margini alti
della parete. Poi più nulla.
Ciò che rimaneva di lui fu ritrovato due giorni dopo, impigliato
tra i rami di un cespuglio, sulle rive del Piave, a Longarone.
Con la sua morte Merìsi precorse i tempi: fu il primo uomo
della valle ad essere travolto da una diga artificiale. Molti
anni più tardi un' altra stua venne costruita a regola
d'arte e il cuneo fatale di quell'opera fu il monte Toc.
Si ringrazia per la disponibilità
e cordialità La Biblioteca dell'Immagine Editore
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