IL DISASTRO DI MOLARE

LA STUA

di Mauro Corona

 

   
Mauro Corona rappresenta l'impersonificazione dello spirito di questo sito. Il peso dei ricordi, il rapporto tra l'uomo e la natura ed il tentativo di conservare le tradizioni presenti dietro ogni angolo della così detta civiltà. Mauro Corona non è un poeta come alcuni sostengono, ma è un uomo che ha la fortuna di vedere la poesia che circonda il suo mondo fatto di valli e di creste sulle quali non si può far altro che ridiscendere.
Mauro Corona è parte di questa poesia.

 

Il secondo dei nove figli di Maria Corona, detta la Giobba, lavorava in VaI Vajont. Faceva il boscaiolo assieme a una ventina di altri uomini del paese. Tagliavano faggi secolari e carpini annodati dal vento e da anni di risse con pietre e valanghe rabbiose. Le piante venivano vendute per lo più come legna da ardere, le restanti pini, larici e abeti come legname da opera. In autunno, dopo sette mesi di fatiche, montagne di tronchi erano pronte e venivano dislocate lungo le sponde del torrente. Da quel momento iniziava la costruzione della stua: operazione difficile e affascinante che spettava solo a grandi esperti. Il corso del Vajont e dei suoi affluenti veniva sbarrato nel punto più stretto della valle da una grossa diga di tronchi. Mano a mano che il livello cresceva, l'acqua rapiva, sollevandoli dalle rive, molti metri cubi di legname. I tronchi, galleggiando stretti l'uno all'altro come un gregge di pecore nel recinto, formavano un 'unica enorme zattera lunga quasi mezzo chilometro e larga un centinaio di metri. Alla fine la possente impalcatura della stua, consistente in più strati di tronchi orizzontali uno sopra all'altro, era tenuta ferma, e qui sta l'incredibile, da un solo cuneo di legno. Quella piccola zeppa di maggiociondolo veniva piazzata sul piede della diga e sempre dal lato più favorevole alla fuga.

"Racconti di uomini, rocce e camosci" (ed. Biblioteca dell'immagine, 2002)

L'assemblaggio della chiusa era eseguito con tale perfezione che, quando il caposquadra dava l'ordine di far saltare il cuneo, bastava un solo colpo di mazza perché l'intera costruzione crollasse liberando l'acqua che trascinava il legname a Longarone, venti chilometri più a valle. In alto, sull'ultimo tronco, i boscaioli fissavano una piccola campana poco più grande di un campanaccio da mucche. Serviva a scongiurare i pericoli e a ottenere dal cielo la grazia che tutto filasse liscio. Quando la montagna d'acqua esauriva la sua corsa e si placava sul greto del Piave, i boscaioli cercavano lungo il tragitto il piccolo sonaglio. Se lo trovavano, e accadeva raramente, costruivano in quel punto esatto un capitello di ringraziamento. Poteva anche succedere che la campana venisse trovata per caso molto tempo dopo la fluitazione, ugualmente i taglialegna si recavano sul posto a erigere il loro tempi etto di fede. A volte le cose andavano meno bene e qualcuno moriva. Ma loro rimanevano sempre grati a Dio: sarebbero potute andare anche peggio e ne sarebbero potuti morire di più.
Far saltare il cuneo era un' operazione molto pericolosa. Chi la eseguiva doveva essere svelto, deciso, senza paura e un po' incosciente; preferibilmente giovane. Tutti i ragazzi che in passato avevano svolto quel compito, non l'avevano ripetuto per più di due o tre volte. Sapevano infatti che la fortuna non è una donna fedele e, dopo aver riflettuto durante l'inverno, decidevano di smettere. Ma subito si faceva avanti un altro giovane per far conoscere il suo coraggio e guadagnare qualche soldo. Chi picchiava sul cuneo, infatti, veniva ricompensato ogni volta con una colombina, la preziosa moneta d'argento da cinque lir
e.

Il secondo figlio della Giobba, come un audace torero in cerca di gloria sui sentieri del rischio, entrò presto nell' arena delle chiuse, trovandosi così a far parte di quel ristretto numero di coraggiosi che erano i battitori di stua. Il pensiero di far crollare la barriera di tronchi suscitava nel mazzatore un tumulto di emozioni. Paura, dubbio, ansia venivano a cercarlo nella notte che precedeva il colpo e non lo lasciavano dormire. Sapeva che all'indomani si sarebbe trovato solo, laggiù, in fondo alla forra, davanti alla potenza del lago sospeso. Vedeva con la mente gli amici boscaioli al sicuro, molti metri più in alto, che aspettavano il boato in silenzio. Intuiva che un metro oltre i suoi piedi, sostenuta da un piccolo cuneo di legno, stava in bilico nel tempo una forza dirompente, pronta a spazzarlo via come un fuscello. Dopo il colpo di mazza avrebbe avuto a sua disposizione solo quattro cinque secondi per risalire la china e porsi in salvo. L'energia della terra ha bisogno di un po' di tempo prima di scatenarsi, e all'inizio si muove al rallentatore.
Quell'anno portava con sé un autunno tiepido. Lungo la valle del Vajont il legname riposava accatastato in grossi mucchi vicino all'acqua. A ottobre gli esperti incominciarono ad innalzare la stua. Ai primi di novembre era pronta. Dai boschi del Certen e del Cornetto sospesi sull' abisso, le foglie cadevano a sciami: dopo aver danzato nell' aria per mille metri sfiorando le pareti di roccia, andavano a posarsi sull'acqua della chiusa. Molte avrebbero preferito un viaggio migliore. Verso la pianura, verso altri alberi ed altre sorelle. Ma così doveva essere.

"Chiaccherata con ventun giovani nell'osteria Gallo Cedrone in una nontte di primavere del 2002" (ed. Biblioteca dell'immagine, 2002)

"Storie di piante, rocce, animali e uomini"
(Ed. Mondadori, 2003)

A metà novembre il lago artificiale cominciò ad ingrossare. Nel suo crescere lento raccoglieva dalle sponde i legni ammucchiati, avvolgendoli in una fresca carezza. Prima bagnava loro i piedi poi saliva sempre più su, verso il corpo, provocando nei tronchi un brivido di freddo. Infine, quando credevano ormai di essere sommersi e soffocare, una mano delicata e allo stesso tempo decisa li spingeva di colpo verso l'alto facendo li galleggiare.
Sullo specchio d'acqua si incontravano i tronchi più diversi: faggi, frassini, carpini, pini, abeti, noccioli, maggiociondoli potevano finalmente toccarsi. Gli alberi, come gli uomini, pur vivendo gli uni accanto agli altri, restano misteriosamente divisi e ognuno alleva dentro di sé la propria solitudine. Solo nella morte alberi e uomini si riuniscono e possono prendersi per mano. Sull'acqua della stua finivano rancori e gelosie. Il carpino sciancato non invidiava più l' abete rosso per la linea del suo fusto. Il faggio non prendeva più in giro il frassino a causa delle sue curve femminili. L'acero smetteva di pavoneggiarsi agli occhi del pino nano esibendo la sua struttura perfetta. Sapevano che presto la morte li avrebbe raccolti tutti allo stesso modo. Di fronte al loro destino celebravano le poche ore di vita in un unico, grande abbraccio. Una betulla altezzosa si trovò finalmente vicino a un carpino scontroso. Finché stavano nel bosco, a un metro l'uno dall'altro, non l'aveva mai degnata di uno sguardo, e lei lo aveva ripagato con la stessa moneta. Ma ora, sull' acqua del lago, l'orgogliosa betulla lo sfiorò dolcemente. Il carpino provò un brivido e per la prima volta si lasciò toccare. Era conscio che quel magico momento sarebbe finito il giorno seguente con l'ultima corsa nella valle e non volle rinunciarvi. Per tutta la notte parlarono a bassa voce rimpiangendo il tempo perduto. Verso l'alba si rassegnarono e aspettarono in silenzio il destino.

Il secondo figlio della Giobba era diventato in pochi anni il più preciso e veloce mazzatore mai visto fino ad allora. Negli autunni passati aveva aperto sei volte le chiuse del Vajont. Ostentando una sicurezza sfacciata, giocava con la morte stuzzicandola e sfidandola con spavalderia. Camminava sullo strato di tronchi galleggianti come niente fosse, e se qualche legno gli ruotava sotto i piedi col rischio di farlo cadere, lo derideva con un calcio di disprezzo. La notte che precedette l'azione dormì poco. Quando si alzò, fuori era ancora buio. Nelle casette di legno gli altri operai dormivano ancora. Merìsi, così si chiamava il giovane, accese il fuoco e dopo un po' abbrustolì sulle braci due fette di polenta. Tagliò una scaglia di formaggio e fece colazione. Poi prese la mazza di ferro, uscì e la immerse in una pozza d'acqua affinché il manico di legno si gonfiasse e l'attrezzo potesse così rimanere ben saldo dentro al foro. Quindi tornò alla baracca e si sedette accanto al fuoco. Con l'alba uno alla volta i boscaioli si alzarono dai letti di foglie. Qualcuno s'affacciò alla porta del casòn e guardò la valle. Al centro troneggiava la grande stua. Il pallido sole di novembre accarezzava la quieta marea di tronchi. Riscaldati dai raggi, i fusti scioglievano le brine liberando i vapori rimasti imprigionati dal gelo della notte. Sembravano fumare, come l'ultimo desiderio del condannato prima della morte. In quel punto, rallentato dalla diga, il Vajont sembrava quasi fermo, ma più a monte, verso le Cime di Pino, roteava nervoso in una profonda marmitta dei giganti.

"Storie di alberi e uomini" (ed. Biblioteca dell'immagine, 1998)

"I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita" (ed. Biblioteca dell'immagine, 2001)

Quel grande buco rotondo teneva prigionieri da sempre i monconi degli alberi schiantati e trascinati giù dalle valanghe che spazzavano il versante settentrionale del Col Nudo e dei boschi del Scialcòn. Da quella bolgia infernale gli spezzoni non potevano più fuggire. Seguitavano a girare rotolandosi e picchiandosi dentro il gorgo per mesi, fino a diventare sculture levigate dalle forme più strane. Quell'ansa sbuffante e tormentata esiste ancora e continua a catturare i legni e a farli rotolare nel vortice: essenze di anime inquiete nel purgatorio degli alberi morti. Ogni tanto, nelle sere d'estate, dopo il lavoro, il figlio della Giobba andava alla marmitta e guardava rapito i legni vorticare come dannati senza pace. Qualche volta si chinava e ne toglieva un pezzo dal tormento per arricchire la sua collezione di sculture naturali. Prima di mezzogiorno il capo squadra decise che era giunto il momento di rompere gli indugi e far partire la fluitazione. Faceva freddo e l'inverno era ormai alle porte. La brina ghiacciata tappezzava i sentieri che luccicavano come fili d'argento: lavorare nel ripido diventava pericoloso. La stua era carica a dovere e a quel punto la stagione poteva dirsi finita. Gli operai misero in ordine le baracche, nascosero gli attrezzi pesanti e disposero tutto per la primavera ventura. Quindi consumarono l'ultimo pasto di mezzogiorno. Ai ghiri venne la malinconia poiché sapevano che gli amici boscaioli se ne stavano andando. Allora, silenziosi, si ritirarono in letargo infilandosi prima del tempo nelle intercapedini dei solai imbottite di foglie secche. Dopo aver mangiato, uno alla volta gli uomini si portarono in zona di sicurezza. Ognuno di loro cercò il posto migliore per godersi lo spettacolo dei tronchi che partivano verso il mare. La betulla avvinghiata al suo carpino lo pregò di non lasciarla durante la corsa, ma il burbero l'avvertì che sarebbe stato piuttosto difficile restare uniti.

Venne l'ora. Lentamente Merìsi s'avvicinò alle sponde della stua. Fissò il tappeto di alberi sul lago e s'accorse che non fumavano più. Il debole sole che al mattino li aveva accesi un po' alla volta ne aveva asciugato le cortecce. Le brume non vaporavano più e tutto era tornato immobile. Cautamente scese nella forra togliendo dal sentiero ciottoli e rami, in modo da non trovare ostacoli durante la precipitosa risalita. Dal fondo dell' anfratto alzò lo sguardo e vide su, molto in alto, le sagome dei compagni appostate al sicuro. Nel suo cuore affiorò un po' di invidia: avrebbe voluto essere con loro e rifiutare quell'ennesimo rischio. Ma la voglia di sfidare il pericolo era più forte di lui. Non riusciva a stare in pace se non rischiava la pelle. Senza la paura accanto gli sembrava di essere un nulla, un fallito, gli mancava tutto. Vi sono persone il cui animo è logorato dalla necessità di provocare la sorte, di sfidare il rischio. E sono mosse più dalla paura che dal coraggio: dal tormento continuo della paura di avere paura. Il coraggio non è altro che la maglia rovesciata della paura.
Mentre guardava i suoi compagni, il giovane fu visitato dall' ansia e per la prima volta provò una certa insicurezza. La cacciò infastidito e si preparò all'azione. Armato di mazza, a gambe divaricate e con gli scarponi ferrati ben saldi sul terreno gelato, si piazzò di fronte al muro di tronchi. Fissò il cuneo. L'acqua che scappava dalle fessure formava vicino alla diga una grossa pozza.

La sua prima opera letteraria
(ed. Mondadori, 1997)

"Il romanzo di una vita. La festa e la morte nel fondo di un bicchiere (ed. Mondadori, 2004)

Con la coda dell'occhio il giovane battitore vide saettare sul fondo i puntini giallo rosa di una trota iridea. Pensò alla sorte di quel povero pesce e all' apocalisse che tra poco lo avrebbe spazzato via. Avrebbe voluto toglierlo da lì e portarlo al sicuro più a monte, ma l'operazIone sarebbe risultata lunga. Lasciò perdere. Nel frattempo gli uomini mandati a perlustrare la valle, per assicurarsi che non ci fosse nessuno, erano tornati confermando il via libera. Il ragazzo lanciò un 'ultima occhiata ai compagni che stavano sui bordi alti della rampa, poi si concentrò sul cuneo, sollevò la mazza e lo puntò. Nel movimento rotatorio piegò la testa all'indietro e vide passare nel cielo nuvole veloci come cavalli in fuga. Infine, mettendoci tutta la forza dei suoi anni, vibrò il colpo. Il cuneo si piegò verso il basso ma non uscì completamente dal nido. Restò appeso per un labbro, appena appena infilato tra la roccia e la trave portante. Per un attimo che sembrò eterno, tutta la pressione di spinta della stua gravò su quei pochi centimetri di legno ribelle. La grande diga ebbe un sussulto e scricchiolò terribilmente. I tronchi si trasmisero un grido che dalla base salì fino al margine superiore. La campanella, sollecitata dallo scossone, ondeggiò ed emise un rintocco allarmante. In quel momento Merìsi vide il volto di Medusa e impietrì. Non era mai successo che un mazzatore battesse un secondo colpo e potesse raccontarlo. La stua parve intuire l'attimo di smarrimento del ragazzo e passò al contrattacco.

Forse fuggendo subito avrebbe potuto anche salvarsi, ma era un temerario e aveva un conto aperto con il cuneo. Un altro colpo non ci fu. Mentre alzava la mazza per la seconda volta, udì la campana della stua suonare impazzita. Il cuneo sparì, polverizzato dalla violenza dell' acqua. La diga si sbriciolò e i tronchi partirono accavallandosi come una mandria di bisonti in fuga. Merìsi capì che scappare ormai non sarebbe servito più a nulla. Fu preso dal terrore. Nel rombo che montava udì un 'ultima volta il suono argentino del piccolo bronzo. Il primo tronco lo colpì al petto. La montagna di alberi scatenati stava per frantumare la sua giovinezza facendola volare come una pagliuzza al vento. Ricordò la trota dai puntini rosa. Poi la spinta lo rovesciò contro il sole, e dentro una luce d'oro vide i suoi compagni al sicuro sui margini alti della parete. Poi più nulla.
Ciò che rimaneva di lui fu ritrovato due giorni dopo, impigliato tra i rami di un cespuglio, sulle rive del Piave, a Longarone. Con la sua morte Merìsi precorse i tempi: fu il primo uomo della valle ad essere travolto da una diga artificiale. Molti anni più tardi un' altra stua venne costruita a regola d'arte e il cuneo fatale di quell'opera fu il monte Toc.

Si ringrazia per la disponibilità e cordialità La Biblioteca dell'Immagine Editore

 

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