IL DISASTRO DI MOLARE

I SON OM

di Gianni Priano

 

 

Gianni Priano ha pubblicato alcuni libri di poesia e vari interventi su riviste di arte e cultura tra cui "Maltese", "Il Babau", "Il Foglio Clandestino", "Resine", "Atelier", "Provincia Granda", "Tratti", "Nuovo Contrappunto", "Madrugada", "Il Gabellino", "La Clessidra", "Fotocopianda", "L'Area di Broca". Collabora con la rivista on-line www.ilportoritrovato.it (vedi la rubrica da lui curata "Lucciole, lanterne e capitale").

 

 
T'oi i cavài d' Checcu
T'oi i cavài d' Checcu. Mia sul
a i o anc ra bunasaira e ir vo a
dè via ir chì -Checchu, plandròn!-
vsg-èn mè du linaatte id frèv
e an truvaisu giaccoi ans ir lecc
ra sc-tanzia pen-na d' meisgen-ne
mè càn, cuntainti mè càn
c' a voi nu fnì ant ir paradìs
di crisc-tiàn ma in quar di càn
con ir Sc-piritu Sant cu n'bacca
re prisg e riumma tì, Checcu, balùrd
mì e terz mè saimpr mesc-chinatt
ir Sc-piritu Sant.
Amèn.

Hai i capelli di Checco. Mica solo
ho anche la buonasera e il và a
dare via il culo - Checco, pelandrone !-
vicini come due lineette di febbre
e ci trovassero sdraiati sul letto
la camera piena di medicine
come cani, contenti come cani
che non voglio no finire nel paradiso
dei cristiani ma in quello dei cani
con lo Spirito Santo che ci becca
le pulci e ridiamo tu, Checco, balordo
io e terzo come sempre poveretto
lo Spirito Santo.
Amen.

 

da La Turbie (Ed. Il Ponte del Sale, Rovigo 2004)
Dai, bocca amorosa soffia
via dal mio marcio palmo
il mio marcio nome, spediscilo
in viaggio, che becchi
quando sarà il suo turno
l'oro zecchino in cima
a quelle piante che dal Turchino
si incespugliano all'Orba
dove Teresa lava conche
di roba e tinge di marsigliese
l'acqua cimiteriale ed il mio
marcio nome nel gorgo
verticale stordiscilo di bolle.

 

I son om
I son om
c' van an zò e 'n lò
c' san nainta andaua
andè. C'l'è l'andè
c'u i vò.
Ci sono uomini
che vanno di qua e di là
che non sanno dove
andare. Che è l'andare
che li va.

 

DigaBassa
T´avaivi na diga
id dainc
na vota. Bon-na
pe fe nainta sciurtì
parolle da aebetè
e riparè ra gura
dar marèn.
Aura t´ei propri cmè l´Urba
dop quar agusc-t:
in more d´eua duza
gromma, da scpiuè.
Na ruen-na.
Mujè, fioi, fie
amisg,
titt an catafosci.
Pariva ra fen der mond
poi, via, as rcmainza turna
e sacl´è ir bianc
ir nair
ra curpa, ir drù
cointa pì nainta.
Ra to bucca
vegg monumaint
a r´è bonna pè mitteje
(foscia manc)
i pè a bogn.
Avevi una diga
di denti
una volta. Buona
per trattenere
parole da stupido
e riparare la gola
dal vento di mare.
Ora sei proprio come l´Orba
dopo quell´agosto:
un mare di acqua dolce
cattiva, da sputare.
Una rovina
Moglie, figli, figlie
amici,
tutto a catafascio.
Sembrava la fine del mondo
poi, via, si ricomincia di nuovo
e cos´è il bianco
il nero
la colpa, il dolore
non conta più niente.
La tua bocca
vecchio monumento
funziona per metterci
(a malapena)
i piedi a bagno.
 
La Rera
Nel 1700 alla RERA abitava, nella casa denominata "la bastarda", Cataren-na (Caterina)
che tutti consideravano una "stria" (strega, nel Monferrato, mentre nel
cuneese si dice "masca" e nell'imperiese "bagiua").
Mia nonna mi raccontava che quando Caterina compariva, all'ora del Vespro,
sul sentiero che dalla RERA porta alle case di Borgo Peruzzi le donne
ritiravano in fretta la roba stesa (specie se appartenente a bambini
piccoli) per evitare che Caterina potesse operare su quegli abiti qualche
sciagurato maleficio.
Si trasformava anche in animali, nella volpe, nella faina, nel gatto. E
proprio sotto le sembianze di un gatto molesto che miagolava in modo macabro
venne presa di mira ed impallinata dallo schioppo di un contadino. La
fucilata colpì la zampa dell'animale il quale ,piangendo, fuggì.
Il giorno dopo altri contadini che facevano i lavori lì intorno sentirono un
mugugno tetro e sofferente provenire dalla casa de "la bastarda". Entrarono
e videro Caterina, con gli occhi chiusi, i denti serrati e ...la gamba
fasciata. Lì accanto un paio di un coltello, un paio di tenaglie e una
bacinella di rame piena di pallini di piombo.
Alcuni anni fa ho fatto una ricerca presso svariati Archivi ed ho trovato,
su un censimento settecentesco: CATERINA NEGRINO, abitante la località RERA
nella casa detta DELLA BASTARDA.

 

Sant'Antunèn
Sant' Antunèn, pijme an brozz
portme sì, dlo dar Bric du Rott
a baive l'eua d'Bandìa, fora
da isc-ta anguscia d'pen nairi
d'cattiva religiòn, c'a noscia
zò naira dar nosc-tr nair magòn
Sant'Antonino, prendimi in braccio
portami su, di là del Bricco del Ratto
a bere l'acqua di Bandita, fuori
da questa angoscia di pini neri
di cattiva religione, che nasce
già nera dal nostro nero magòne.
Sant'Antunèn si trova dietro il Santuario, per andare alle Crocette (nelle vicinanze della
Frazione di San Luca), è una cappelletta votiva ai margini di uno sterrato che passa in
mezzo ad un bosco di castagni e, soprattutto, di pini.
 
I PADRI NERI (precedentemente pubblicato dalla rivista culturale on-line www.ilportoritrovato.net)

Batte i denti mentre il calabrone sembra studiarlo, dall'incavo poroso della grossa pera gialla, e da sotto gli gridano parole che si rompono nell'aria di luglio, sfarinandosi quasi completamente prima di arrivare a lui, rannicchiato sull'albero tra le foglie e l'intrico dei rami. Scende grattandosi gomiti e ginocchia contro la corteccia e tocca terra con un salto che gli rincula nelle tempie, dai calcagni.
E' lo zio Chinèn a colpirlo per primo, lo centra in pieno viso con la scudisciata di uno schiaffo. Con un ramo di gorrino suo padre Lichèn gli dà dieci frustate sulle gambe nude: conta i colpi, Lichèn, uno, due, tre…
Tugnetta riconduce per mano il dono di Dio reso a Dio (diciassette anni senza avere figli e infine eccolo, Giovanni Battista: consacrato a Dio, a Gesù ed alla Santa Vergine) dai Passionisti delle Rocche. Vanno giù dal sentiero di Terio, guadano l'Amione (in secca). I Padri, nerissimi, sorridono al piccolo fuggiasco: questa sera niente cibo, solo preghiere, domani vedremo.
Tugnetta ringrazia, promette che pregherà anche lei.


Un Padre l'accompagna fino al sagrato, le chiede come sarà la vendemmia ai Peruzzi: parla svelta, la donna: mio marito vuole riempire anche i calamai, quest'anno, da tanto che ne faremo con questa bell'uva.
Sia lodato Gesù Cristo, sibila il Padre.
Sempre sia lodato, replica Tugnetta.

*

Faceva ancora la seconda a Borgo Terio che suo padre lo aveva portato a Ovada, per vedere passare don Bosco. Che andava dritto, tra la gente che tendeva le mani per toccarlo e Lichèn lo tirò su: guarda ninèn, gli disse, un giorno sarai prete anche tu, ma io non voglio un santo, me ne faccio assè di un santo, io voglio un prete che sappia i suoi affari.

*

Non era scappato dal Santuario per arrampicarsi su quel pero maledetto ma per guardare se giù nel pozzo c'erano sempre i riflessi del sole: una spada, il sole, che bucava la pancia dell'acqua scura. Se da quell'acqua fosse uscito sangue sua zia Teresa non avrebbe più dovuto stare seduta sulla seggiolina, vicina alla stufa, lei che era stata bella e ricca e Chinèn l'aveva rubata alla vita, se l'era presa per la dote. E si divertiva, Chinèn, a gettarle una zampa di gallina, lì per terra e a guardarla inginocchiarsi e mangiarla, digiuna dal mattino. Mi fai venire i nervi, mi fai passare la voglia se penso che sei venuta su a rossi d'uovo, madamina. La vedete la madamina? Vedete come rosicchia?
Giovanni Battista, di Luca e Antonia, non distingueva il bene dal male. Solo voleva che la spada di sole bucasse la pancia dell'acqua del pozzo. E quella di suo zio Chinèn e che tutto sparisse, dopo.

*

Sparissero le veglie, sparissero le Glorie di Maria recitate dalle donne e dai bambini, e quell'orribile storia che qualcuno raccontava sempre: il Conte che aveva ammazzato la moglie mettendole ogni mattina un cucchiaino di zucchero nel latte, per un anno. E sparisse la faccenda di Erminia, sua stessa età, che il padre aveva mandato via di casa perché si era fissato che quella bambina portasse scalogna, da quando era nata gli era morto il bue più grosso, si era attaccato il malfrancese e perdeva tutte le sere a briscola. Sparissero i matti come quello che per il rimorso di un testamento succhiato dalla penna di un padre ciùla non si lavava più né mangiava e un giorno si mise patanudo a correre per le vigne, e ce n'erano voluti tre, Micullo, il Pulèn e Tista per tenerlo fermo intanto che arrivavano gli infermieri per portarlo nel Manicomio.
Sparisse la barzelletta di Rico, che lo avevano vestito di ginepro, a Carnevale, e gli avevano dato fuoco sulla piazza di Cassinelle.
E via dalla faccia della terra anche Caterina della Rera, domiciliata in casa detta Bastarda, preparatrice di malefici e capace di trasformarsi in gatto e in ragno.
Sparisse Chinèn duro e rustico, il suo dirsi particulare e il suo esserlo: con in chiesa il posto subito dietro alla panca del Marchese.

*

A vederlo da fuori il Santuario è bello. Come gli era sembrato un otto settembre di qualche anno prima, in braccio a sua madre, in un'alba fredda di brina e dalle finestre illuminate della chiesa uscivano canti e musiche speciali.
Molto presto prenderà - gli hanno detto i Passionisti- il treno per Novara. E da lì andrà al Convento di Cameri. Continuerà lo studio e diventerà Padre nero anche lui, con il cuore passionista cucito sulla tonaca.
Con il cuore suo cucito e scucito.

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nota.


Atto di Battesimo.
L'anno del Signore 1878, il 17 del mese di luglio nella Parrocchia B.M.V. della Pieve del comune di Molare è stato presentato alla chiesa un fanciullo nato il 16 del mese di luglio alle tre pomeridiane, figlio di Luca Peruzzo del fu Giovanni e di Ivaldi Antonia cui amministrò il battesimo il sottoscritto arciprete e si impose il nome di Giovanni Battista. Padrino Michele Peruzzo del fu Giovanni e madrina Isabella Peruzzo.

Aveva un cuore d'acciaio e un robusto sistema nervoso: questo gli impediva di capire la sofferenza interiore degli altri. (testimonianza di Mons. G. Urso).

Il cuore è ingrandito in tutti i suoi diametri. (esame radiologico eseguito presso la Clinica Gavazzeni di Bergamo nel 1955).

APPRENDO SOLAMENTE ORA NOTIZIA MATRIMONIO LISETTA CON AFFETTO BENEDICO TUTTI LIETO RIVEDERVI =PERUZZO ARCIVESCOVO= (telegramma inviato al cugino Domenico Peruzzo il 10 luglio 1961)

"Questa volta muoio!" disse al frate che primo accorse. E poi pregò. Poi non disse più nulla … Padre Sebastiano gli amministrò l'estrema unzione. Erano le ore 23,45 del 20 luglio 1963. (testimonianza di padre S. Morosini).

Dalle braccia della Madonna, l'anima del venerato Arcivescovo Peruzzo volò al cuore del Padre celeste (dall'orazione funebre di padre Sebastiano).

"Lo ricordo, monsignor Peruzzo, nelle visite pastorali a Racalmuto e specialmente in quella in cui mi diede la cresima. Ieratico in chiesa e in processione, si scioglieva in compagnoneria e spirito quando privatamente intratteneva o si intratteneva. Una volta venne al circolo: e sapendo qual covo di mangiapreti fosse, lasciò cadere due o tre ridevoli aneddoti sui preti". (Leonardo Sciascia, Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo 1979).

 

EPIFANIA
A i umma chinò
a ièn a ièn
siscianta metr
n'so nainta quanci gradèn
per il ghisc-t d'chinè
d'uardè da lazzì
la len-na id mezdì
ogg d'besc-tia
ar curm d'l' imbìt.

Vò a savai
s'l'era desc-tèn
titt isc-t drù
smainza
d'miseria
o se da na fira
d'marèn
dipainda
ir buie
andaua ti
t''tanni ra tesc-ta
fora
e ra me man
rigoia id tuccatt
d'giozza.

Epifania
ant ir puzz
id San Patrizi
t'l'soi ,sc-tè
ansèm l'è
na perdita
cuntinua
uardè re cose
preziuse
cuerte
d'bren-na
galaverna
brillè
scilì
casc-tè in zè
anàn ai bricc
nair
fusc-c.

Abbiamo sceso
ad uno ad uno
sessanta metri
non so quanti gradin
per il gusto di scendere
di guardare da laggiù
la luna di mezzogiorno
occhio di bestia
in cima all'imbuto.

Và a sapere
se era destino
tutto questo dolore
semenza
di miseria
o se da un filo
di vento di mare
dipende
il bollire
dove tu
tieni la testa
fuori
e la mia mano
rigata di pezzetti
di ghiaccio.

Epifania
nel pozzo
di San Patrizio
lo sai, stare
insieme è
una perdita
continua
guardare le cose
preziose
coperte
di brina
galaverna
brillare

castello in cielo
davanti ai monti
neri
foschi.

SBERZULERA
Ir tram l' guida in brov om
ien dricc, protic a pijè re chìrve
sg-velt e titt ant ra port. Sùmma
nuiòtr ad avài nàinta port, a savài
nàinta ban 'ndaua chinè, in quar
purtòn d'grattazè pruè a fè
in sonn. Vedr id fragg, sc-tanòcc
a Caricamaint, in via d'Frànza
a tira na britta curràinta vaint
arznì stì c't òrva ra gùra
ra to gùra id'prèra. T' soi ban
c'lè nàinta in posc-t ra Sberzulèra
ma ra man, ir pè c't'an taijò
i uardiàn d'l'ascensur, i capàtt.

A l' sàiva nàinta d' vàgghe ir riv
Ciapèla a Begòt, ar Cep aut
e in carònt d'architàtt a sbraggè
salì sì malfurmoi, masg-noie
nascìe fora dar righe, fasc-tìdi
dra parrocchia, tra titte re crusg
c'avai a n'è manc ienna gisc-ta.

Gionatan ra na crusg celtica
ans ir brozz. L'è sc-tò in sberzò
csgèn der guidatù a tatuèla a son
d' valùr, muròl, armamentòri
d'uperatùi suciòl.

Il tram lo guida un bravuomo
uno rigoroso, pratico a prendere le curve
svelto e tutto nella parte.Siamo
noi a non avere parte a non sapere
bene dove scendere, in quale
portone di grattacielo provare a fare
un sonno. Vetri di freddo, stanotte
a Caricamento, in via di Francia
tira una brutta corrente, vento
rugginoso sottile che ti apre la gola
la tua gola di pietra. Lo sai bene
che non è un posto la Sberzulera
ma la mano, il piede che ti hanno tagliato
i guardiani dell'ascensore, i capetti.

Non lo sapevo che avrei visto
il rio Ciapèla a Begato, al Cep alto
e un caronte d'architetto a gridare
salite su malformati, bambineti
nati fuori dalle righe, disturbatori
della parrocchia, tra tutte le croci che avete
non ce n'è neppure una giusta.

Gionatan ha una croce celtica
sul braccio. E' stato uno sberzò
cugino del guidatore a tatuargliela a forza
di valori, morali, armamentari
da operatori sociali.

Note.

La Sberzulera si trova nei boschi del molarese. E' un masso alto circa 15 metri sul quale si intravvedono due feritoie molto strette percorribili , schiaffeggiati da una corrente piuttosto fredda, per qualche minuto. Poi la feritoia si restringe ulteriormente.
Si racconta che lì venissero portati, in chissà quale passato, i bambini "malformati".
Gli sberzoi sono creature del bosco, antropomorfe, forse simili a folletti.
Caricamento e Via di Francia si trovano a Genova. Guardiani di ascensori, capetti ce ne sono ovunque. Gionatan invece è uno solo ma non il solo


Povr Kant ant l'Amion
Cun quanta pietò e cun quant Kant a uord mè fiò, trai ciresge an bucca e mè fia, rattèn, e uardè der vote l'è sentise ant'ir sc-tommi l' Amiòn pen id merda, ra besc-tia ch'a mangia ir chì a ra pietò e as fò in buccòn der povr Kant.
Con quanta pietà e con quanto Kant
guardo mio figlio, tre ciliege in bocca
e mia figlia, topolino, e guardare a volte
è sentirsi nello stomaco l' Amione
pieno di merda. la bestia che mangia
il culo alla pietà e si fa un boccone
del povero Kant.

 

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