Batte i denti mentre il calabrone
sembra studiarlo, dall'incavo poroso della grossa pera gialla,
e da sotto gli gridano parole che si rompono nell'aria di luglio,
sfarinandosi quasi completamente prima di arrivare a lui, rannicchiato
sull'albero tra le foglie e l'intrico dei rami. Scende grattandosi
gomiti e ginocchia contro la corteccia e tocca terra con un salto
che gli rincula nelle tempie, dai calcagni.
E' lo zio Chinèn a colpirlo per primo, lo centra in pieno
viso con la scudisciata di uno schiaffo. Con un ramo di gorrino
suo padre Lichèn gli dà dieci frustate sulle gambe
nude: conta i colpi, Lichèn, uno, due, tre
Tugnetta riconduce per mano il dono di Dio reso a Dio (diciassette
anni senza avere figli e infine eccolo, Giovanni Battista: consacrato
a Dio, a Gesù ed alla Santa Vergine) dai Passionisti delle
Rocche. Vanno giù dal sentiero di Terio, guadano l'Amione
(in secca). I Padri, nerissimi, sorridono al piccolo fuggiasco:
questa sera niente cibo, solo preghiere, domani vedremo.
Tugnetta ringrazia, promette che pregherà anche lei.
Un Padre l'accompagna fino al sagrato, le chiede come sarà
la vendemmia ai Peruzzi: parla svelta, la donna: mio marito vuole
riempire anche i calamai, quest'anno, da tanto che ne faremo con
questa bell'uva.
Sia lodato Gesù Cristo, sibila il Padre.
Sempre sia lodato, replica Tugnetta.
*
Faceva ancora la seconda a Borgo Terio che
suo padre lo aveva portato a Ovada, per vedere passare don Bosco.
Che andava dritto, tra la gente che tendeva le mani per toccarlo
e Lichèn lo tirò su: guarda ninèn,
gli disse, un giorno sarai prete anche tu, ma io non voglio un
santo, me ne faccio assè di un santo, io voglio un prete
che sappia i suoi affari.
*
Non era scappato dal Santuario per arrampicarsi su quel pero maledetto
ma per guardare se giù nel pozzo c'erano sempre i riflessi
del sole: una spada, il sole, che bucava la pancia dell'acqua
scura. Se da quell'acqua fosse uscito sangue sua zia Teresa non
avrebbe più dovuto stare seduta sulla seggiolina, vicina
alla stufa, lei che era stata bella e ricca e Chinèn l'aveva
rubata alla vita, se l'era presa per la dote. E si divertiva,
Chinèn, a gettarle una zampa di gallina, lì per
terra e a guardarla inginocchiarsi e mangiarla, digiuna dal mattino.
Mi fai venire i nervi, mi fai passare la voglia se penso che sei
venuta su a rossi d'uovo, madamina. La vedete la madamina? Vedete
come rosicchia?
Giovanni Battista, di Luca e Antonia, non distingueva il bene
dal male. Solo voleva che la spada di sole bucasse la pancia dell'acqua
del pozzo. E quella di suo zio Chinèn e che tutto sparisse,
dopo.
*
Sparissero le veglie, sparissero le Glorie
di Maria recitate dalle donne e dai bambini, e quell'orribile
storia che qualcuno raccontava sempre: il Conte che aveva ammazzato
la moglie mettendole ogni mattina un cucchiaino di zucchero nel
latte, per un anno. E sparisse la faccenda di Erminia, sua stessa
età, che il padre aveva mandato via di casa perché
si era fissato che quella bambina portasse scalogna, da quando
era nata gli era morto il bue più grosso, si era attaccato
il malfrancese e perdeva tutte le sere a briscola. Sparissero
i matti come quello che per il rimorso di un testamento succhiato
dalla penna di un padre ciùla non si lavava più
né mangiava e un giorno si mise patanudo a correre
per le vigne, e ce n'erano voluti tre, Micullo, il Pulèn
e Tista per tenerlo fermo intanto che arrivavano gli infermieri
per portarlo nel Manicomio.
Sparisse la barzelletta di Rico, che lo avevano vestito di ginepro,
a Carnevale, e gli avevano dato fuoco sulla piazza di Cassinelle.
E via dalla faccia della terra anche Caterina della Rera, domiciliata
in casa detta Bastarda, preparatrice di malefici e capace
di trasformarsi in gatto e in ragno.
Sparisse Chinèn duro e rustico, il suo dirsi particulare
e il suo esserlo: con in chiesa il
posto subito dietro alla panca del Marchese.
*
A vederlo da fuori il Santuario è
bello. Come gli era sembrato un otto settembre di qualche anno
prima, in braccio a sua madre, in un'alba fredda di brina e dalle
finestre illuminate della chiesa uscivano canti e musiche speciali.
Molto presto prenderà - gli hanno detto i Passionisti-
il treno per Novara. E da lì andrà al Convento di
Cameri. Continuerà lo studio e diventerà Padre nero
anche lui, con il cuore passionista cucito sulla tonaca.
Con il cuore suo cucito e scucito.
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nota.
Atto di Battesimo.
L'anno del Signore 1878, il 17 del mese di luglio nella Parrocchia
B.M.V. della Pieve del comune di Molare è stato presentato
alla chiesa un fanciullo nato il 16 del mese di luglio alle tre
pomeridiane, figlio di Luca Peruzzo del fu Giovanni e di Ivaldi
Antonia cui amministrò il battesimo il sottoscritto arciprete
e si impose il nome di Giovanni Battista. Padrino Michele Peruzzo
del fu Giovanni e madrina Isabella Peruzzo.
Aveva un cuore d'acciaio e un robusto sistema
nervoso: questo gli impediva di capire la sofferenza interiore
degli altri. (testimonianza di Mons. G. Urso).
Il cuore è ingrandito in tutti i suoi
diametri. (esame radiologico eseguito presso la Clinica Gavazzeni
di Bergamo nel 1955).
APPRENDO SOLAMENTE ORA NOTIZIA MATRIMONIO
LISETTA CON AFFETTO BENEDICO TUTTI LIETO RIVEDERVI =PERUZZO ARCIVESCOVO=
(telegramma inviato al cugino Domenico Peruzzo il 10 luglio 1961)
"Questa volta muoio!" disse al frate
che primo accorse. E poi pregò. Poi non disse più
nulla
Padre Sebastiano gli amministrò l'estrema
unzione. Erano le ore 23,45 del 20 luglio 1963. (testimonianza
di padre S. Morosini).
Dalle braccia della Madonna, l'anima del venerato
Arcivescovo Peruzzo volò al cuore del Padre celeste (dall'orazione
funebre di padre Sebastiano).
"Lo ricordo, monsignor Peruzzo, nelle
visite pastorali a Racalmuto e specialmente in quella in cui mi
diede la cresima. Ieratico in chiesa e in processione, si scioglieva
in compagnoneria e spirito quando privatamente intratteneva o
si intratteneva. Una volta venne al circolo: e sapendo qual covo
di mangiapreti fosse, lasciò cadere due o tre ridevoli
aneddoti sui preti". (Leonardo Sciascia, Dalle parti degli
infedeli, Sellerio, Palermo 1979).